Imola, una bambina non può parlare: in 70 imparano la lingua dei segni a scuola

Dall’esperienza di una bambina di 8 anni che non può usare la parola per via di una sindrome rara, e della sua famiglia, e grazie all’impegno del comitato genitori della scuola elementare Marconi, è nato a Imola un grande esperimento di insegnamento della lingua dei segni, la Lis. «È la prima volta in Italia che l’apprendimento di questa lingua coinvolge così tante classi della stessa scuola, con circa una settantina di ragazzi dalla prima alla quinta elementare», afferma Valentina Colozza, psicoterapeuta e interprete di Lis, presidente dell’associazione romana “Io se posso komunico” che gestisce il progetto.

Tra Imola e Roma

L’incontro tra le due realtà risale a circa due anni fa, quando la famiglia della piccola si è rivolta all’associazione che lavora con bambini affetti da sindromi rare e non che non possono parlare. Dopo 5 mesi di spola tra Imola e Roma e un training domiciliare per la famiglia, la bambina ha iniziato a comunicare attraverso la lingua dei segni, ma fermarsi a questo punto sarebbe stata una vittoria parziale rispetto alla sua possibilità di esprimersi. «Una volta appresa la lingua, il limite è che la si può usare con chi la “parla”. Per questo chiediamo alle scuole di farsi carico di corsi per insegnare anche alle persone più prossime questo strumento alternativo alla lingua verbale», spiega Colozza. Le difficoltà dei bambini e delle famiglie non sono poche: «I bambini sordi hanno diritto per legge all’assistente alla comunicazione, un interprete Lis che traduce per loro. Solo che di solito su 26 ore di lezione, l’assistenza si ferma a 10. Per i bambini non sordi, ma che non parlano, la situazione è ancora più complicata e varia da regione a regione. Per questo è importante coinvolgere anche i compagni», racconta Colozza

L’esperimento imolese

«A Imola le richieste per l’assistente e per un laboratorio non sono andate a buon fine, ma con il grande supporto del Comitato dei genitori e della parrocchia siamo riusciti a fare una raccolta fondi per finanziare il laboratorio. Purtroppo, era febbraio 2020 e dopo solo due appuntamenti dal vivo ci siamo fermati – prosegue Colozza –. Date le difficoltà di quest’anno, a febbraio abbiamo deciso di spostare i corsi online in orario extra-scolastico. Sono coinvolti 70 studenti in 5 classi virtuali di 10/15 bambini l’una, e parallelamente c’è un laboratorio per adulti e curiosi. Si tratta di un modello che ci piacerebbe esportare, perché è molto importante che un bambino possa comunicare anche fuori dalla propria classe con un qualsiasi altro compagno di scuola».

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