Imola, un tenore in pista

Alle 15 di oggi davanti a tutti i piloti della Formula Uno schierati per la partenza a Imola ci sarà lui, con la sua voce. A intonare l’Inno italiano prima della gara, e del passaggio delle Frecce Tricolori, al Gran Premio del made in Italy, sarà il tenore Vittorio Grigòlo.

E per lei, maestro, non è la prima volta su un circuito.

«Per un evento di Formula Uno devo dire di sì, ma a Imola e in diverse piste sono stato più di una volta. Da piccolo la mia passione era il go kart, ho corso anche a Monza, al Mugello, al Nurburgring, e l’adrenalina che porto sul palco devo dire che è la stessa di quando si sta in pista alla guida. Per me quindi sarà doppiamente emozionante perché so quello che si prova. La Formula Uno, come l’opera, non è un’azione registrata, è live, come il teatro. Se sbagliamo una nota la gente fa “ohh” come se un pilota sbagliasse una curva. Il lavoro di resistenza è analogo. In fondo anche Del Monaco diceva che un cantante d’opera deve essere un atleta. Per questo sono emozionato, onorato, ma soprattutto spero che l’Inno, il canto degli italiani, sia un po’ come quel semaforo che lancia la partenza sprintosa di una nazione che ha tanto da vendere e portare avanti».

L’adrenalina scorre quindi in pista come sul palco.

«Al massimo, fino all’ultima nota come all’ultima curva. Non andare fuori strada è come gestire la voce per tre ore sul palco e arrivare fresco alla fine. Una volta ero alla Royal Opera House di Londra con il direttore d’orchestra Tony Pappano, durante le prove di una famosa Manon lui mi disse, sai che c’è la Formula Uno? Gli risposi che io spesso comparo gli artisti e l’orchestra a una Formula Uno. Allora mi chiese: e io chi sarei? Tu sei le gomme, gli dissi, e mi guardò come se ci fosse rimasto un po’ male. Allora gli spiegai che anche con un grande motore o un grande telaio, ma senza gomme un pilota non va da nessuna parte, lo diceva una volta un famoso spot che la potenza è nulla senza controllo. Ecco, il direttore d’orchestra è quello che c’è fra tra noi che siamo sul palco e il pubblico».

Ma quanto tempo è che non sale su un kart? A sentirla parlare sembrerebbe pochissimo…

«Ho rinnovato adesso la mia licenza Fia da pilota e riprenderò a Brescia con KZ, la calasse regina del kart. Gliene dirò un’altra: il mio primo manager di canto era anche un manager di Formula Uno, lo stesso di Giancarlo Fisichella, Giampaolo Matteucci».

Ma non mi dica che non lo sapevano di questo curriculum quando l’hanno ingaggiata per l’Inno.

«In realtà no. Quasi quasi, mi sono detto, se domenica qualcuno non si presenta, mi metto al volante di una monoposto e parto io… Dobbiamo ripartire con le eccellenze italiane e sono fiero di essere stato scelto come eccellenza italiana a rappresentare l’Italia per la riapertura. Imola riapre dopo tanti anni e sono felice di avere a fianco in questa scelta Stefano Domenicali, caro amico, che è imolese, sono fiero di lui e del suo incarico che certamente svolgerà in maniera eccellente».

Ripartenza che deve riguardare finalmente anche la cultura, che ha sofferto troppo in questa pandemia.

«La ripartenza deve essere totale. All’inizio non conoscevamo il nemico. Poi abbiamo cominciato a conoscerlo e a capire che dovremo conviverci anche forse nei prossimi decenni. Le nazioni quindi non possono fermarsi. Abbiamo cominciato i vaccini e quindi avanti. La maggior parte dell’Italia è composta da una classe imprenditoriale, di partite Iva, di persone che vogliono lavorare e produrre. Oggi chi ha paura e non vuole prendere il virus ha tutti gli strumenti per non prenderlo. L’importante ora è che ci sia unione, coesione e forza nel riaprire tutti ed essere fermi nelle decisioni».

L’anno scorso su questa pista l’Inno lo ha cantato Il Volo, un gruppo pop che si avvicina alla lirica. Lei ha guidato una squadra di partecipanti ad “Amici” qualche anno fa. Questa commistione può essere un modo per rinnovare l’interesse per la lirica?

«Sono felice che ci siano gruppi che cantano anche la lirica, Il Volo, ma anche Bocelli, sono un modo per attirare i giovani verso il mondo classico. La lirica è un linguaggio vicinissimo a noi. Se Verdi e Puccini avessero avuto batteria e chitarra elettrica crede che non le avrebbero usate nell’opera? Sono solo differenze generazionali. La lirica altro non era che il pop della sua epoca; oggi per vivere bisogna conoscere passato e presente, per migliorare nel futuro è giusto conoscere e vivere la lirica. Io proprio con Maria De Filippi in quella trasmissione che lei ha citato feci una scommessa: cantare “Lucean le stelle” e subito dopo “The show must go on” dei Queen, vedrai che gli ascolti non scendono, le dissi».

E a proposito di Queen, lei ha duettato anche con il loro chitarrista Brian May all’Arena di Verona, la sua indole rock è indubbia.

«Credo di aver fatto capire che una persona che fa lirica, ho 40 anni e non ne ho 80, può connettersi con le nuove generazioni. Non sono del tutto analogico e mi sono connesso usando i Queen, lo stesso aveva già fatto lo stesso Freddy Mercury nato come tenore, quando cantò Barcelona con Montserrat Caballé».

A chi dedica l’lnno di domani?

«Lo dedico a tutti gli italiani, a un’Italia che vuole riprendersi il proprio spazio, la propria dignità, la propria vita. Se potessi cambiare una parola cantando l’Inno, quando arriva al punto in cui dice “siam pronti alla morte” vorrei dire piuttosto “siam pronti alla vita”. Si deve sognare e ci tengo anche a citare una frase di Enzo Ferrari che diceva che un uomo è finito quando i ricordi prendono il posto dei sogni. Spero che per tutti da qui in poi ci siano soprattutto sogni».

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