Imola, tentato omicidio a sfondo razziale: condanna confermata in appello

IMOLA. Resta in carcere l’albanese residente a Imola che nell’agosto del 2020 accoltellò ripetutamente un ragazzo di 22 anni, italiano di cittadinanza, ma di origine etiope. Ad aprile scorso il tribunale di Bologna lo aveva giudicato colpevole di omicidio volontario aggravato dalla discriminazione razziale, un mese (le motivazioni sono state appena depositate) fa la Corte di Appello di Bologna ha confermato la sentenza di primo grado, che gli comminò una pena di 8 anni, in rito abbreviato.

Il fatto

Due gradi di giudizio arrivati in un lasso di tempo tutto sommato veloce rispetto ai consueti ritmi della giustizia, nonostante un iniziale rinvio a marzo per problemi tecnici legati ai supporti internet (quando ancora le udienze si tenevano on line causa pandemia), per un fatto che riscosse una certa attenzione un anno e mezzo fa. Era la sera del 28 agosto di due estati fa, teatro dell’aggressione il centro sociale Zolino. Qui, senza alcun motivo, l’uomo oggi 37enne, difeso dagli avvocati Alessandro Cristofori e Matteo Sanzani di Bologna, sferrò una decina di coltellate all’allora 22enne appellandolo con termini razzisti e colpendolo in punti vitali, come ha sempre sostenuto il legale di parte civile, l’avvocato Alberto Padovani di Imola. L’aggressore ruppe alla vittima le ossa dello sterno con i colpi violenti inferti e arrivò a sfiorargli il cuore e un polmone. «Colpi violenti e pericolosissimi, fu perforata anche l’aorta, dai quali si salvò solo grazie al tempestivo intervento del 118 e dell’elisoccorso che lo trasportò a Bologna in tempi rapidissimi», sottolinea l’avvocato Padovani stesso. Dopo quel fatto l’albanese, tentò di fuggire, si rese infatti irreperibile alla sua residenza a Imola e fu individuato dopo un mese e mezzo di indagini coordinate dal pubblico ministero Massimiliano Rossi, dai carabinieri della Compagnia di Imola, a ottobre dello stesso 2020. Al momento del fermo era seduto al tavolino di un bar di Massa Lombarda, città dove aveva trovato riparo come latitante (nella casa di un suo connazionale di 31 anni fu trovato il coltello utilizzato per l’aggressione a Imola), in possesso di banconote e documenti falsi (per questo è stato già processato e condannato dal tribunale di Ravenna). Fra questi, una carta d’identità, una tessera sanitaria, la copia di un contratto di telefonia mobile intestato a un’altra persona e la prenotazione di un viaggio in autobus da Bologna a Bruxelles del 10 settembre precedente. Gli inquirenti ritennero che, consapevole del grave reato commesso, in un primo tempo l’uomo fosse fuggito da Imola per nascondersi in Belgio sotto falso nome, per poi rientrare in Romagna. Dall’arresto dell’ottobre 2020 si trova in carcere e qui al momento resterà. I suoi legali hanno tempo 45 giorni per depositare un ulteriore appello alla corte di cassazione per l’ultimo grado di giudizio.

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