Imola, si accende la polemica sul Monumento al partigiano

Il Monumento al partigiano nella rotonda di viale Dante a Imola lo conoscono tutti. È un riferimento presente nella mappa mentale di ogni imolese, giovani e meno giovani. Non lo è invece la sua storia. In pochi sanno, ad esempio, che fu realizzato dallo scultore di Castel Bolognese Angelo Biancini e inaugurato per volere dell’Anpi nel 1946, costituendo così uno dei primi esempi di statue di partigiani in Italia. Pochi anni fa, la ricostruzione storica proposta nel 2009 con un video su Youtube dall’ex consigliere di centrodestra Riccardo Mondini, per cui la statua in realtà avrebbe origine fascista e risalirebbe al 1936 quale omaggio ai caduti della guerra d’Etiopia, ha avuto un risuono nazionale in occasione del dibattito sul Ddl Fiano. La versione però non convince la dottora in Storia di Castel San Pietro, Silvia Pizzirani, che in questi giorni ha pubblicato un articolo su E-review ripercorrendo le fonti disponibili e la storia che offrono.

La polemica

Il monumento rappresentava il caso perfetto per la rivista interessata ad approfondire il rapporto tra rappresentazione e memoria dall’Ottocento a oggi: «Si indagano monumenti che sono stati anche luogo di scontro di memorie diverse – esordisce Pizzirani, che ha appena pubblicato L’Achille Lauro e la crisi di Sigonella per la Gazzetta dello sport ed è tra i fondatori di Alea, la rivista di antropologia culturale non accademica prima nel suo genere in Italia –. Qualche anno fa è sorta una controversia a partire dal video in cui Mondini sostiene, adducendo alcuni elementi, che in realtà Biancini avesse realizzato la statua su commissione fascista per celebrare la campagna d’Etiopia e che poi questa fosse stata ritoccata dieci anni dopo. In seguito, però nessuno ha indagato e si è data per vera quella versione. Il che ha suscitato la mia curiosità».

Il caso

La tesi per Pizzirani non è così solida. «Mondini, che si occupa di scultura da autodidatta, ragiona sulla plasticità della statua. Nota che la posizione del braccio è inconsueta e sostiene che i documenti a cui si riferisce sono bruciati in un incendio appiccato dai partigiani. Quindi non sarebbero stati disponibili nemmeno per lui, che comunque non cita altre fonti. È probabile che Biancini avesse già un modello che ha usato per rispondere in fretta alla commissione, d’altronde nel maggio del 1946 la guerra era appena finita, e che tale modello facesse riferimento all’iconografia allora presente, quella fascista. È infatti tra le prime statue di memoria raffigurante un partigiano, non ce n’erano ancora altre. Era comune anche il riuso dei materiali: a volte era una scelta, come nel caso bolognese delle statue di Porta Lame fuse da quella di Mussolini. Alla casa-museo di Biancini il figlio mi ha mostrato vari appunti ma dell’opera non c’è nota. Sebbene ne parlasse poco, dai suoi ricordi pare che il padre abbia usato come modello un calciatore del paese, che però nel 1936 era troppo giovane».

La vera storia (per quanto possibile)

Pizzirani ha seguito il metodo dello storico: «Ho studiato il contesto, e cioè la storia del fascismo e della Resistenza a Imola, la storia della statua e di Biancini. Dai documenti sul monumento negli archivi del Cidra questo risulta essere stato inaugurato nel 1946, poi nel 1973 e, se vogliamo, una terza volta con la recente “re-inaugurazione” nel progetto Quando un posto diventa un luogo. Vi è parte della corrispondenza contabile tra l’Anpi, Biancini e una fonderia veneta. Nel Registro del podestà all’archivio comunale, invece, non vi è traccia di una commissione nel 1936 né gli storici riportano di un incendio durante la guerra. L’unico riferimento è all’inaugurazione del 1946. Se quanto trovato non può confutare direttamente la polemica, le fonti pubblicamente disponibili non la confermano di certo», conclude Pizzirani.

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