Imola, pandemia e lockdown hanno fatto crescere la ludopatia

La pandemia ha acuito il problema della ludopatia sul territorio di Imola. Un fenomeno che per la verità aveva già registrato una recrudescenza negli ultimi cinque anni, secondo quanto riferisce il Sert. «Inizialmente, con il lockdown e l’impossibilità di uscire da casa, avevamo pensato che il fenomeno frenasse – spiega il responsabile del Sert di Imola Stefano Gardenghi –, in realtà ben presto i giocatori hanno trovato formule nuove e molto più a portata di mano: internet, e la rete ha catturato anche nuovi giocatori compulsivi».

Il fenomeno in cifre

Se fino a 4/5 anni fa i casi di ludopatia in carico al Sert imolese erano al massimo una trentina, e questo anche grazie al fatto che fin dalla fine degli anni Novanta il servizio primo in regione insieme a quello di Rimini si era dotato di una equipe specializzata, «con la legge Fornero che indicava nei Sert i servizi deputati alla presa in carico di queste persone e delineava una serie di politiche per la prevenzione, i casi sono via via cresciuti con il crescere della consapevolezza del problema –spiega ancora Gardenghi –. Nel 2020 le persone con problemi legati al gioco d’azzardo in carico erano 96 su circa 1200 utenti complessivi del Servizio dipendenze, e nel 2021 il trend non cambiato. Il dato è abbastanza allarmante ancor più sapendo che è si tratta solo della punta dell’iceberg. L’escalation è stata evidente, soprattutto rispetto alle altre dipendenze che restano sui numeri standard nel tempo, e invece per la ludopatia i casi sono praticamente triplicati». Pandemia e lockdown, poi, non hanno allontanato i giocatori compulsivi dalla fonte dei loro guai, anzi semmai hanno ridotto la distanza. «Non c’è la slot machine fisica, ma aprire un conto on line per scommettere è facilissimo e anzi mentre la persona ha ancora meno la percezione del fatto che stia perdendo e del rischio che corre, ottiene invece ancora più velocemente l’emozione di cui è alla ricerca: quella scarica di adrenalina che scorre in quel tempo di attesa, che così si accorcia ancora. Così –aggiunge Gardenghi –, se prima del Covid avevano al massimo 88 utenti, ora siamo già saliti».

Prevenzione

La prevenzione avviene sul campo, attraverso il lavoro del centro diurno di Casola Canina, sul quale gravita il gruppo di auto e mutuo aiuto e i volontari della Caritas che fanno anche opera di avvicinamento sul territorio, insieme a psicologi ed educatori dell’Ausl, nei punti più critici, ovvero i locali dove si gioca. «In genere sono molti di più gli uomini, in un rapporta di una a sette/otto, mentre per età le fasce sono molto variegate – spiega Gardenghi –. Quella più folta va dai 30 ai 50 anni, ma ci sono anche ci sono anche una decina di minorenni dai 16 anni in su che magari non scommettono denaro, ma comunque spendono soldi e hanno sviluppato una vera dipendenza da gioco on line. Un’altra età a rischio è quella del pensionamento, dai 65 ai 70 anni». Il percorso di trattamento, che spesso coinvolge anche le famiglie, dura almeno 3/4 anni, il rischio di recidiva è sempre dietro l’angolo, «ma in un 35/40% dei casi possiamo considerare le persone fuori pericolo, è una buona media se parliamo di dipendenze»

Altre dipendenze

Il gioco è «una brutta malattia che si può affrontare» dice il responsabile del Sert, ma non è l’unica. In carico al suo servizio ci sono anche altri 600 utenti in carico, di cui 400 dipendenti da eroina, e sempre più cocainomani che hanno chiesto aiuto, oggi circa 200. Poi ci sono oltre 380 persone la cui vita è condizionata dall’alcol in vario modo, liti in famiglia, patenti perse, incidenti, anche questi in crescita.

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