IMOLA. Elisa Spada entra a palazzo comunale direttamente da assessora. Eletta con la lista Coraggiosa, ha lasciato spazio in consiglio comunale a chi le è arrivato secondo assumendo invece le deleghe all’ambiente e mobilità sostenibile, partecipazione e pari opportunità, diritti degli animali, parchi e spazi verdi dell’Osservanza. Classe 1979, di professione è architetta, docente universitaria ed è anche mamma di tre figli.
In campagna elettorale si è molto spesa per il tema ambientale. La sua lista aveva chiesto deleghe tecniche per il “proprio” assessore. Soddisfatta dell’incarico che le è stato affidato?
«Sono felice perché sono convinta che la città sia il luogo in cui il cambiamento climatico può essere affrontato con delle strategie reali e pratiche ed è una sfida che mi affascina tantissimo. Sono due le aree principali che mi competono: rifiuti e qualità dell’aria, che voglio affrontare attraverso due elementi, la mobilità sostenibile e la forestazione urbana».
Presentandosi ha detto che il suo primo impegno sarà promuovere il progetto della Regione “Radici per il futuro”.
«Prevede di regalare un albero per ogni abitante dell’Emilia-Romagna per i prossimi cinque anni e in questo caso secondo me il Comune deve fare da cassa di risonanza alla Regione per progetti come questo che consentono da subito dei miglioramenti. Io sono architetto e paesaggista e il tema dell’albero mi è caro. L’albero è elemento di mitigazione del calore e qualcosa di cui prendersi cura quindi anche strumento di educazione ambientale, il primo passo è prendere consapevolezza di quanto noi come cittadini possiamo incidere sull’ambiente. A Imola c’è anche un vivaio accreditato per questo progetto e sono già andata a vedere che alberi sono disponibili. I cittadini potranno chiederli e piantarli, fino a 100 a testa, prendendosi l’impegno di dire dove verranno piantati e quindi di curarli. Anche le aziende possono fare politiche di forestazione urbana e ottenere certificati verdi. In una seconda fase anche il Comune potrà mettere in campo una sua progettualità a lungo raggio in collegamento con l’assessorato all’urbanistica per individuare nuove aree verdi nei prossimi anni su più ampia scala».
Mobilità sostenibile. Imola si vanta delle sue decine di chilometri di piste ciclabili, poi…
«Il Covid ci ha dato dei segnali. Intanto abbiamo visto quanto siano calate le concentrazioni di polveri sottili nelle città perché le persone non si muovevano e abbiamo capito quanto la mobilità privata incida sulla qualità dell’aria. Ma non è automatico dire, specie ora, non vado in auto e allora vado in bus, perché per i mezzi pubblici è subentrata la questione del distanziamento. La bicicletta quindi è tornata prepotentemente in primo piano come mezzo ottimale per andare al lavoro, a scuola, muoversi in città. In molte città sono partite campagne di comunicazione sui benefici dell’uso della bicicletta, come è stato fatto a Bologna. Dobbiamo farlo anche noi. Noi oggi abbiamo una rete capillare di piste ciclabili che però ha punti critici, ad esempio a nord della stazione non sempre le piste raggiungono i poli dove le persone vanno a lavorare. Oppure mancano ancora collegamenti ciclabili alle frazioni, a Zello e Sesto Imolese ad esempio; la zona di Pontesanto aspetta da anni un collegamento, così la zona dell’Ortignola. Ora arriverà il sottopasso del quartiere Marconi che permetterà a molte persone di andare al lavoro in bici, ma anche di non vivere più in un cul de sac. Quindi, serve mettere in grado le persone di potersi recare al lavoro in sicurezza, ma serve anche comunicarlo, per rendere i cittadini consapevoli che in molte occasioni non solo è più salutare, ma è anche più semplice usare la bicicletta anziché prendere la macchina».
Ma gli imolesi davvero non conoscono i percorsi ciclabili della loro città e c’è bisogno di investire in comunicazione per questo?
«Mi sono resa conto io stessa che ci sono aree di Imola che non frequento e delle quali non conoscevo le piste ciclabili. Mi è successo l’anno scorso lavorando a un progetto che si chiama “Graffiti bike” legato ai murales prodotti negli anni dal RestArt. Sono partita dalla mappa dei percorsi ciclabili pubblicata da Area blu sul suo sito per creare un percorso che in bici portasse ai punti di interesse della street art e mi sono resa conto delle potenzialità della rete, sia come cittadina che come turista. Diventando più consapevoli c’è anche più voglia di utilizzare questo mezzo. Studiando poi itinerari tematici ad hoc si possono costruire tanti circuiti interessanti anche per un turismo sostenibile».
Imola ha inaugurato molti anni fa il bike sharing, oggi il sistema, e le biciclette stesse, sembrano piuttosto invecchiate. C’è in programma di aggiornare questo servizio?
«Sarebbe importante strutturare una modalità per consentire anche a chi arriva da fuori di usare una stessa tessera per tutto, un accesso univoco all’interno di Imola stessa e fra le città dell’Emilia-Romagna. Anche il parco mezzi magari è invecchiato è vero, e forse negli anni non c’è stata un’incrementalità programmata. Adesso è uscito un bando sul bike to work al quale il Comune di Imola ha aderito, e, anche nell’ottica di creare più servizi per pendolari e studenti per sfruttare meglio il connubio bici-treno, si potranno progettare servizi nuovi, magari non legati a stazioni fisse per le bici pubbliche».
Altro tema è la discarica. Lei ha detto, il giorno di presentazione della giunta, che la vuole vedere chiusa definitivamente.
«Finora si è visto sempre il fine vita del rifiuto in discarica. Oggi c’è bisogno di un cambio di paradigma in direzione dell’economia circolare in cui il rifiuto può diventare materia prima».
Magari le persone sono pronte, ma non servirebbe piuttosto una rivoluzione industriale? Aldilà di chi raccoglie e smaltisce, e su Imola è lo stesso soggetto ovvero Hera, non servirebbero nuove imprese che appunto trattano i rifiuti come materia prima?
«A Imola ci sono aziende che lavorano bene ottimizzando risorse, ad esempio utilizzando scarti, penso alla Clai, per produrre energia. Oppure penso a Wasp di Massa Lombarda che con la pula di riso impastata con la terra e con una tecnologia innovativa produce case ecosostenibili. Ora ci sono incentivi per le aziende che hanno capacità di captarli, legati a buone pratiche. Chi è pronto a seguire questo mercato avrà occasioni che altri non avranno».
Resta la mole di rifiuti che tutti continuiamo a produrre e mandiamo magari non più alla nostra discarica ma altrove. Quelli, dove li mettiamo?
«Ora il rifiuto è un costo importante per chi lo produce. Un bravo imprenditore oggi vede il business nel cercargli una nuova destinazione come materia prima da riutilizzare nel proprio ciclo produttivo o cedendola ad altre aziende. Più aumentiamo la consapevolezza culturale di queste possibilità, più mettiamo le aziende nella condizione di avere voglia di intraprendere in questo senso. Hera stessa sta modificando tanto il suo approccio, ha cominciato a proporre alle industrie sistemi di smaltimento in loco dei rifiuti fornendo la tecnologia».
Torno però alla discarica. Il piano dei rifiuti regionale scade quest’anno. Quanto è fondato il timore che si ricominci a parlare di sopraelevazione per la discarica Tre Monti come i comitati hanno detto a inizio anno?
«In questo momento l’iter è bloccato e non mi risultano novità in tal senso. Come Comune riprenderemo il rapporto diretto con i comitati, Hera, Arpae e Ausl per ricostituire un confronto con tutte le realtà interessate dal tema. È sicuramente questo il momento di rimettersi a un tavolo valutando anche la situazione sanitaria».
Osservanza: stanno per partire interventi importanti, lo studentato, la sede dell’Accademia pianistica. Ma c’è anche tutto intorno il parco di cui la città si sta a poco a poco appropriando. Che idee ci sono in ballo?
«È il più grande spazio verde attaccato al centro storico e di connessione con l’area del fiume. È una grande potenzialità per le famiglie e anche parco di connessione tra ferrovia, centro e fiume. È uno spazio disponibile, questa estate ad esempio poteva essere usato per iniziative culturali laddove erano precluse negli spazi chiusi per via del Covid. Lo vedo come luogo ideale per un laboratorio di rigenerazione. A livello regionale ci sono molte realtà in cui a edifici dismessi possono è stata data una nuova vita attraverso processi graduali, penso alla darsena di Ravenna, alle caserme a Ferrara, la ex colonia Bolognese di Rimini, a Dumbo nei magazzini della stazione di Bologna. Lavorare in transizione significa individuare spazi che possono essere utilizzati in sicurezza anche se non sono completamente ristrutturati, la normativa in tal senso si sta sviluppando e si può partire coinvolgendo le associazioni».

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