Imola, aggressioni agli assistenti sociali condanna e varie denunce

IMOLA. Il caso più eclatante risale al giugno scorso, quando un uomo entrò nella sede dell’Asp armato di una lama e minacciò tutti con violenza. Su questo caso arriva, in tempi quasi record, la sentenza di condanna, ma non è l’unico episodio di aggressione ai danni degli operatori del sociale imolese. «Purtroppo nel 2020 abbiamo visto crescere le aggressioni nei confronti di assistenti sociali, educatori e personale direttivo, e abbiamo cominciato a sporgere ogni volta denuncia», confermano la presidente e la direttrice dell’Asp, rispettivamente l’avvocata Renata Rossi Solferini e la dottoressa Stefania Dazzani.

Il caso più grave

Il caso più grave finì nelle pagine di cronaca locale a giugno scorso. Un uomo italiano di 47 anni, già noto alle forze dell’ordine, aveva fatto irruzione nella sede dell’Asp di Imola, al centro “Silvio Alvisi” con il volto travisato da un passamontagna e, brandendo un tagliacarte dalla lama lunga 14 centimetri. Pretendeva di vedere la figlia benché fosse in atto un provvedimento civile che imponeva incontri protetti fra lui e la bambina, nel pretendere questo minacciava di morte il personale presente e gli operatori che si erano occupati del suo caso, fra l’altro sotto gli occhi di molte persone che erano lì per accedere ai servizi. Aveva così gettato nello scompiglio e nella paura non solo gli addetti ma anche i cittadini presenti, fino all’intervento dei carabinieri di Imola che dopo averlo bloccato erano riusciti a disarmarlo prima di procedere all’arresto.

La condanna

«Dopo solo otto mesi da quel pomeriggio, l’8 febbraio l’uomo, che a suo carico ha diversi altri processi in via di definizione, è stato condannato a due anni di reclusione, oltre alla rifusione delle spese legali sostenute ed al risarcimento dei danni cagionati all’Asp nonché alla direttrice e ad alcuni operatori, destinatari delle minacce, tutti costituiti nel giudizio penale e difesi dall’avvocata Giulia Guerrini –spiega la presidente Renata Rossi Solferini –. Devo dire, e lo faccio come avvocato, che i tempi con cui si è mosso il Tribunale sono stati davvero celeri e ne siamo contenti, questo ci dimostra che comunque si deve avere fiducia nella Giustizia». Ora l’uomo si trova ancora in regime di custodia cautelare in carcere, ininterrottamente dal giorno dell’arresto ed al quale il Tribunale di Bologna, gli sono stati infatti negati gli arresti domiciliari, nonché revocato il reddito di cittadinanza che percepiva al momento dei fatti. L’uomo, che tramite avvocato d’ufficio aveva chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato, è stato riconosciuto colpevole del reato di minaccia aggravata a pubblico ufficiale, «il magistrato ha infatti ritenuto il suo comportamento minaccioso, finalizzato ad obbligare gli operatori del servizio sociale e la direttrice dello stesso a fargli vedere la figlia minore, cosa vietata da un provvedimento del Tribunale, che aveva previsto solo la possibilità di incontri protetti tra l’uomo e la minore e solo qualora la stessa minore li avesse richiesti, cosa mai verificatasi», specifica l’avvocata Solferini. L’uomo era stato scarcerato pochi mesi prima del fatto, a febbraio, «i giudici lo hanno ritenuto dunque pericoloso e hanno valutato un elevato rischio di recidiva che non pare poter essere adeguatamente tutelato attraverso misure non custodiali che lascerebbero l’imputato libero di reiterare le medesime condotte illecite», dice la presidente dell’Asp.

Altre aggressioni

Ma il dato allarmante è che questa non è stata l’unica aggressione. Nel corso del 2020 sono state compilate almeno altre 4 denunce contro utenti del servizio che hanno minacciato gli operatori o provocato danni. «A dicembre un uomo a preso a sassate, sfondandola, la porta a vetri di ingresso –spiega la direttrice Stefania Dazzani – un altro ha rotto le persiane degli uffici». Ci sono poi quelli, ma anche quelle, che minacciano anche pesantemente oppure offendono gli operatori. Anzi, per lo più operatrici, dal momento che all’Asp di Imola su 36 assistenti sociali solo 2 sono uomini. «Questo accade nonostante dall’anno scorso, a causa del Covid, le persone possono entrare solo su appuntamento – spiega Renata Rossi Solferini –. Le pretese aumentano, non sono solo di carattere economico, ma soprattutto cresce l’incapacità delle persone a controllarsi. Per questo abbiamo deciso di denunciare tutti gli episodi, perché le persone capiscano che non possono mettere in atto simili comportamenti, all’interno poi di un servizio che ha come scopo quello di aiutarle».

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