Immigrati, Italia ed Europa

Nonostante gli sforzi di Papa Francesco per ricondurre ad una sfera di empatia umana il tema dei migranti (ci ha mirabilmente ricordato che migrante è un aggettivo, non un sostantivo; si tratta di persone che come tali devono essere trattate), una parte cospicua degli italiani (e di altri popoli europei) ha vissuto in questi anni una profonda regressione morale e culturale di fronte alle migliaia di disperati che si sono messi (e tuttora si mettono) in cammino verso il nostro continente. Oltre 17 mila sono morti annegati nel Mediterraneo, nell’indifferenza pressoché generale. Non è la prima volta che accade una regressione di tale portata; non sarà l’ultima. Negli anni ’60, all’ingresso di locali pubblici in Svizzera si poteva leggere “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Nei primi decenni del ‘900 gli emigrati italiani negli Stati Uniti venivano considerati esseri umani di infima serie rispetto all’etnia anglosassone. Nel 1938, su iniziativa del Presidente USA Roosevelt, si tenne ad Evian in Francia una Conferenza Internazionale sull’accoglienza degli ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste: una settimana di belle parole di comprensione e solidarietà, ma impegni concreti quasi zero e porte (nonché porti) chiusi. Sappiamo poi come è andata a finire. Abbiamo la memoria corta e dalla storia impariamo poco. Nel bel libro “Homo Sum” (Sono un Uomo), Maurizio Bettini ci ricorda che nel mondo antico il soccorso ai naufraghi era considerato un dovere del soccorritore, ancor più di un diritto del naufrago. Ma la regressione suddetta non è avvenuta spontaneamente; su di essa ha inciso quella “cooperativa all’incirca” di cui ha parlato Sergio Pizzolante nel suo bel articolo dello scorso sabato su questo giornale, composta da commentatori televisivi, giornalisti, politici senza scrupoli che non hanno alcun interesse a far comprendere ai cittadini il complesso fenomeno dell’immigrazione e a trovare e mettere in pratica delle soluzioni, ma a lucrare su di esso per guadagnare telespettatori, lettori e voti. Si aizzano gli animi contro i “negri” con il telefonino (l’unico mezzo che gli consente un rapporto con le loro famiglie di origine) che bivaccano nelle stazioni o girano nullafacenti nelle nostre città, sapendo che è proprio questa condizione che consente ai profittatori dell’immigrazione di incrementare i propri audience (e quindi i fatturati) e i propri voti.

Il degno compare di costoro, Viktor Orban, nel suo discorso alla nazione ungherese del febbraio scorso, sul tema dell’ immigrazione ha detto solo due cose: 1) a Bruxelles sono pieni i cassetti di piani per far invadere l’Europa dagli immigrati; 2) l’Ungheria non vuole nessun immigrato. Punto. E’ chiaro che questo non è un ragionamento; sono solo menzogne, slogan e propaganda per raccattare voti, come ha fatto Salvini da Ministro dell’Interno per 14 mesi. Quello che serve è un pensiero, una strategia e politiche mirate, che tengano conto dei seguenti aspetti:

Tra 30 anni gli africani saranno 2,5 miliardi (contro gli attuali 1,2); noi europei saremo 500 milioni (meno 50 milioni). L’Italia, in particolare, sarà abitata da anziani e vecchi. Chi lavorerà per pagare le nostre pensioni ? E’ evidente che servono politiche a sostegno della natalità delle famiglie italiane, ma è altrettanto evidente che un’immigrazione regolare e controllata è un nostro interesse vitale, come italiani ed Europei;

La stragrande maggioranza degli africani, tuttavia, deve essere messa in condizione di rimanere nei propri paesi d’origine, per generare un autentico sviluppo endogeno. Ma i fautori del “aiutiamoli a casa loro” hanno ben chiaro che cosa ciò implica ? A volte sono gli stessi (vedi la Meloni) che sbraitano contro gli accordi dell’UE per l’importazione di prodotti ortofrutticoli dal Nord Africa, dell’olio tunisino. E come la mettiamo con il cambiamento climatico, di cui l’Africa ha responsabilità minime ma ne paga le più tragiche conseguenze in termini di siccità e desertificazione dei suoli, e quindi di fame e di miseria? I fautori compiaciuti del facile slogan “aiutiamoli a casa loro” sono gli stessi che tuonano contro ogni ipotesi di carbon tax in Italia (e in Europa) per favorire l’abbandono delle energie fossili. Se il cambiamento climatico non verrà arrestato, centinaia di milioni di persone premeranno verso i confini europei per sfuggire alla sete, alla fame, alla disperazione. I propagandisti alla Salvini hanno chiaro che la neutralità climatica dell’Europa (e quindi dell’Italia) c’entra anche con l’immigrazione?

L’immigrato che ha diritto di rimanere in Italia e in Europa va integrato. Ursula von der Leyen (presidente della Commissione Europea), nel suo discorso del 16 luglio scorso di fronte al Parlamento Europeo ha riportato una sua toccante testimonianza personale (ancora più significativa perché è madre di 7 figli): «Quattro anni fa ho avuto la fortuna di accogliere nella mia casa e nella mia famiglia un rifugiato siriano di 19 anni. Non parlava tedesco ed era traumatizzato dall’esperienza della guerra civile. Oggi, quattro anni dopo, parla correttamente tedesco, inglese e arabo, di giorno lavora come rappresentante della sua comunità nel settore della formazione professionale, e di sera studia per prendere un diploma di maturità. Questo ragazzo è una fonte di ispirazione per tutti noi. Vuole tornare a casa, un giorno».

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