Il violista forlivese Danilo Rossi lascia la Scala e va in pensione

Quel messaggio del 7 dicembre su Facebook, praticamente in diretta dalla “prima” del “Macbeth”, aveva fatto rizzare le antenne a molti: Danilo Rossi, storica prima viola della Scala, commentava infatti una sua foto con l’orchestra «L’ultima Prima della Scala con la mitica fila delle viole! Ciao ragazzi!». Ed è proprio così, il musicista forlivese dal febbraio del prossimo anno entrerà fra le fila dei pensionati.

Appenderà la viola al chiodo?

«Ci sono cicli nella vita che devono concludersi – commenta sereno Rossi – :io, avendo iniziato molto giovane, posso finire la mia vita lavorativa istituzionale presto, a 56 anni».

Aveva vent’anni, infatti, Rossi, quando nel 1986 divenne prima viola solista dell’orchestra del teatro alla Scala.

«Sono stati trentacinque anni belli e gratificanti, emozionanti come la “prima” di qualche giorno fa, anche se l’occasione era un po’ strana, un po’ di rappresentanza. Certo, ora avrò più tempo anche per riposarmi ma queste esperienze sono state speciali: e a chi mi avesse detto, quando avevo 15 anni e vivevo a Forlì, che il mio futuro sarebbe stato questo… avrei dato del matto!».

Cosa porterà con sé?

«Soprattutto gli incontri: ho suonato con Kleiber, Meta, Abbado, Chung, Harding… i più insigni direttori di questo periodo. Ma porto con me anche aneddoti, episodi buffi vissuti con i colleghi».

Iniziamo ad abbozzare una sua biografia!

«Ricordo la “macchina della Via Emilia”: quando da Parma, Piacenza, da tutta l’Emilia si andava e si veniva da Milano per prove e concerti».

C’era anche lei su quella macchina?

«Certo! E posso dire che a parte lo scontro con una nave in autostrada, abbiamo visto di tutto! Porto con me anche le grandi litigate con alcuni direttori, gli urli con Barenboim su quale fosse il “vero” stile verdiano: ma erano in realtà segni di una grande stima reciproca e anche di affetto. Io dal canto mio non sono mai stato troppo accomodante, anche se posso dire di essermi sempre rapportato con i colleghi e i direttori in modo costruttivo».

Un esempio?

«A Daniel Oren la scorsa estate durante le prove di “Aida” ho suonato un passaggio a modo mio: e lui, dopo che da quarant’anni lo faceva eseguire in un certo modo, l’ha portato all’Arena… in “modalità Rossi”! ».

E da febbraio?

«Continuerò a insegnare al Conservatorio di Lugano, dove ho moltissimi allievi da tutto il mondo. Ma sto anche bene a casa mia a non far niente…mi piace però fare andare la testa, almeno nelle situazioni in cui c’è da inventare: Forlì in questo è un terreno fertile, perciò spero che il legame con la mia città diventi sempre più stretto. È già in corso per esempio un progetto con un gruppo di zingari rumeni che durante l’estate hanno suonato proprio a Forlì, all’Arena San Domenico, e poi ci sono Forlì Musica e il vicino centenario della fondazione degli Amici dell’Arte. Tante cose, insomma: e poi vedremo cosa mi verrà proposto».

E sull’immediato?

«Il concerto che farò con Stefano Bezziccheri il 16 gennaio alla Scala: un momento di saluto a chi mi ha dato tanto e a cui ho dato tanto della mia vita».

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