Il verde romagnolo al centro del mondo

È un riconoscimento non solo alla Biodiversità ma anche a quel patrimonio fatto di comunità che vive nel parco e per il parco. È un tributo a quella parte di Appennino che per secoli è stata una linea di confine e che ora si è unita sotto il segno della sostenibilità.

Il Parco delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna è entrato nella Green list della Iucn, l’Unione internazionale per la Conservazione della Natura. Con lui, approda nella lista verde anche il Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano e, per la terza volta dal 2014, anche il Parco nazionale del Gran Paradiso.

In Europa ad avere il maggior numero di aree verdi censite in questa lista è Francia, ma nel resto del mondo sono molto rappresentate anche Cina, Australia, Kenya e Colombia. Per il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, si tratta “di un riconoscimento che fa onore all’Italia, Paese dalla natura magnifica che sa valorizzare questa preziosissima risorsa. Un riconoscimento, non solo in termini di biodiversità ma anche nella gestione complessiva, che ci incoraggia ad ampliare la rete delle aree protette e a investirvi con convinzione. I parchi nazionali italiani saranno anche tra i protagonisti del Piano nazionale di ripresa e resilienza”.

Grazie al supporto di Federparchi, il ministero della Transizione ecologica sta lavorando per fare in modo che altre aree verdi italiane possano entrare nella green list dell’Iucn.

Il programma internazionale ha come compito di verificare la qualità della gestione delle aree protette e di stimolarne una costante crescita. Per entrare, bisogna rispettare alcuni parametri in grado di misurare e migliorare le performance delle aree protette, puntando ad aspetti di governance, programmazione, management, dei risultati di conservazione e della condivisione con il territorio delle attività svolte.

«È un risultato del quale siamo stati tutti molto soddisfatti. Questo riconoscimento premia non solo la qualità ecologica e ambientale del parco, ma anche la qualità del rapporto con l’ambiente, le popolazioni, la conservazione, l’insieme delle cose – spiega il direttore del Parco, Alessandro Bottacci – Qui ci sono particolarità che si trovano da poche parti, con un insieme così grandi di foreste evolute. Basti pensare alle foreste di Sassofratino, al fosso del Satanasso e di altre aree forestali che possono vantare anche 5 secoli. A Sassofratino abbiamo faggi di 600 anni e alla Verna abeti con più di 400. I 30.000 ettari forestati del parco sono un’unicità: tutti coltivati e con popolamenti forestali giovani».

La fauna del parco è tipicamente appenninica, con alcuni elementi di spicco, il lupo, tutti gli ungulati, ma peculiarità come il picchio nero.

«È una specie molto esigente in fatto di qualità dell’ambiente – prosegue parlando del piccolo uccello – Ha bisogno di foreste evolute e lasciate ai processi naturali».

Un grande ricchezza sono gli anfibi.

«È la categoria di animali al mondo più minacciata in assoluto. Risentono molto dell’ambiente in cui vivono. Qui ci sono specie come la rana italica o il tritone, ma anche il più raro ululone dal ventre giallo, una sorta di rospo un po’ più piccolo che si caratterizza per la sua pancia gialla e che quindi è facilmente riconoscibile».

Nel parco, anche il gatto selvatico.

«È un bellissimo ritorno avvenuto circa quindici anni fa. Sta risalendo la penisola perché era stato scacciato perché sono venute meno alcune foreste. Vive nell’Appennino e ha ricolonizzato il crinale partendo dalle montagne meridionali», aggiunge Bottacci. «Sul nostro crinale c’era il confine tra i Bizantini e i Goti, poi tra i Goti e i Longobardi. È stata una zona sia di confine ma anche di interconnessione culturale. Per anni è stato un confine di guerre, poi c’è stata l’integrazione tra le due popolazioni che vivono nel crinale – aggiunge il direttore del parco – Il crinale da noi viene chiamato anche ‘La giogana’, che ricorda il giogo dei buoi: è un attrezzo che li divide ma che li unisce. Così questo crinale appenninico, che sembra una barriera divisoria, è sempre stato un luogo di incontro tra i due popoli».

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