Il soccorso alpino: “Troppa imprudenza in Appennino dopo il Covid”

«Se sono aumentati i nostri interventi? Se pensiamo che nel 2020 abbiamo fatto 80 soccorsi, lo stesso numero di azioni degli anni in cui non non c’era il Covid, quindi niente lockdown, direi a dismisura. E quest’anno, solo a giugno, siamo a 42 interventi». Valerio Gualtieri, 53 anni, residente nel comune di Bagno di Romagna, da gennaio 2020 è il capostazione del Soccorso alpino della stazione Monte Falco, in Campigna, la “centrale” che gestisce tutte le azioni di recupero e salvataggio da effettuare nei territori «impervi», come si definiscono in gergo, della Romagna. Anche calandosi in dirupi e pareti rocciose, o addentrandosi nelle caverne. In squadra con Gualtieri ci sono 70 persone, «tutti volontari altamente specializzati per offrire assistenza sanitaria in condizioni estreme», precisa il capostazione, raccontando come la venuta del coronavirus abbia cambiato la quotidianità dei soccorritori. Il Covid, infatti, ha alimentato il desiderio di natura, di libertà, «ha fatto riscoprire a persone che prima non la sentivano la necessità di muoversi, di esplorare ambienti incontaminati, di misurare la propria prestanza fisica in contesti naturali come i nostri Appennini. Peccato che anche se non raggiungono altitudini elevate, gli Appennini sono montagna “vera”. E non scherzano».

Quanto è pericoloso avventurarsi nei sentieri delle nostre montagne?

«Bisogna stare attenti, essere consapevoli delle proprie capacità fisiche e dei rischi effettivi che ci sono. L’Appennino è selvaggio, le distanze da un posto all’altro sono ampie, la foresta è fitta. Questo comporta che chi ha poca dimestichezza, chi non conosce i luoghi e non sa leggere le cartine, o chi prende sotto gamba un sentiero, può facilmente trovarsi in difficoltà. In primis per il meteo, che andrebbe tenuto in considerazione, anche se in montagna cambia in fretta. La pioggia o la nebbia possono rendere il suolo scivoloso o far perdere l’orientamento, modificando di colpo e improvvisamente il paesaggio circostante».

Quali sono gli incidenti più comuni?

«Le cadute dalle mountain bike o dalle e -bike sicuramente. Oggi molti si lanciano in questo sport e non si rendono conto di quanto sia pericoloso in realtà. Poi c’è chi cade dai sentieri, procurandosi traumi che non permettono più di proseguire, o chi si ferisce facendo parapendio. E poi c’è chi si perde, ovviamente».

Qual è una località in cui capita più spesso di perdersi?

Ridracoli, ma non solo. Nella zona della diga l’afflusso di persone è altissimo, succede molto di frequente che escursionisti improvvisati si smarriscano perché senza rendersene conto entrano all’interno della riserva del Sasso Fratino, dove in realtà è vietato entrare, e quindi non ci sono sentieri e, tra l’altro, non prendono nemmeno i telefoni».

Se una persona si perde o si ferisce e il cellulare non prende cosa deve fare?

«Se non c’è per niente copertura di rete bisogna attendere che qualcuno dei familiari si renda conto ci sono persone che non hanno fatto ritorno a casa. A quel punto parte la ricerca di disperso, che è un’operazione frequente e anche la più difficile. E bisogna considerare che volte capita di stare in giro per giorni prima di trovare i dispersi. Proprio per questa evenienza è fondamentale avvertire le persone a casa, spiegare che percorso si intende fare e indicare l’orario di ritorno. E soprattutto, mai, e dico mai, andare nel bosco da soli, anche se si è esperti. Non si sa mai cosa può accadere in montagna».

Le è capitato di ritrovare qualcuno già morto?

«Sì, tante volte purtroppo. A causa di traumi, per il freddo, per sfinimento. Capita spesso con i dispersi. Oppure per slavine o valanghe. Mai, però, a causa di attacchi di animali, neanche i lupi».

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