Quella di sabato è stata una festa della Liberazione davvero strana, perché la socialità in carne ed ossa non è un optional. Più che mai quando c’è da ritrovarsi, come dovrebbe essere in questa occasione, attorno a un minimo comune denominatore che consente a una comunità di definirsi davvero tale e non di essere solo una somma di singoli.

Però, per quel che mi riguarda, il significato del 25 aprile 2020 l’ho sentito forte come e forse di più degli anni passati. Ma c’è una cosa che mi lascia sconcertato. Ancora una volta, come sta accadendo da 75 anni, tanti hanno parlato di festa divisiva. Certo che è divisiva: è divisiva tra i fascisti e tutti gli altri. E in questa categoria “tutti gli altri” c’è una sconfinata pluralità di posizioni politiche e di visioni della vita. Come ci fu nella Resistenza, che vide nelle sue file comunisti, socialisti, repubblicani, liberali, cattolici, anarchici e persino persone non incasellabili in alcun orientamento politico.
Unico punto in comune: l’amore per la libertà e per la democrazia e il rispetto dei diritti umani fondamentali. Mi sembra un concetto chiarissimo e facile, anzi banale. Cosa c’è di cosí complicato da capire? Quale sarebbe l’aspetto negativo di questa fantomatica “divisività”, che tanti continuano a fare una gran fatica ad accettare?
Se il problema è l’uso della parola fascisti, chiamateli pure rascisti o vesuviani: per me non fa differenza, purché sia chiaro che il 25 aprile si festeggia la fine di quella roba là, che per un ventennio sparse mostruosità a non finire, dalla soppressione di ogni libertà di pensiero, espressione e organizzazione non allineata col regime alla persecuzione degli oppositori, dalle leggi razziali alla discesa in guerra di fianco al male assoluto nazista.
I “se” e i “ma” su questi punti fermi possono essere detti proprio grazie alla lotta di chi fu dalla parte giusta, ma chi li pronuncia deve sapere che facendolo si mette automaticamente fuori dalla Repubblica democratica in cui viviamo. E quindi, al di là dei proclami nazionalistici di cui può riempirsi la bocca, non potrebbe neppure dirsi italiano.
Sembra paradossale vista la retorica pseudo-patriottica dilagante nel mondo del “ah, se ci fosse lui” o del “ha fatto errori ma anche cose buone”, ma se seguite il filo logico è così: oggi gli unici anti-italiani “certificati”, a ben guardare, sono quelli che pensano che la Festa della Liberazione sia divisiva e ne sono infastiditi. Perché la Costituzione che ha tracciato il perimetro dentro cui sviluppare la nostra convivenza civile pur nelle mille bellissime diversità è basata sul rovesciamento radicale di tutto ciò che è stato il fascismo.

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