Il Rossini di Lugo torna a nuova vita: parla il direttore Barberini

Il 15 maggio riaprirà dopo il suo lungo restauro il teatro Rossini di Lugo, il più antico teatro comunale dell’Emilia-Romagna tra quelli tuttora esistenti. La riapertura nel giorno di Sant’Ilaro, patrono della città, con un grande concerto di musica classica, sarà occasione per festeggiare un traguardo tanto atteso. Dall’autunno 2022 il Rossini sarà pronto ad accogliere gli amanti della musica e del teatro. Abbiamo chiesto a Giovanni Barberini, direttore dello storico teatro lughese (1759), come attese e prospettive di questa riapertura si rinsaldano alla memoria della sua lunga e prestigiosa storia musicale e teatrale.

Il teatro di Lugo fu costruito «a spese proprie dai cittadini lughesi». Ora sarà anche simbolo di rinascita attraverso la cultura?

«Il teatro Rossini è patrimonio del Comune di Lugo e dei suoi cittadini. Dopo una chiusura, in gran parte coincisa con la pandemia, riapre perché possa ritornare al suo antico splendore, ristrutturato dal punto di vista sismico e della sicurezza, pronto ad accogliere la più larga tipologia di spettacoli. Del resto fa fede il fatto che sia nato vicino al Pavaglione, luogo del mercato, quindi per eccellenza di scambio, di identità, di cultura, frequentato durante le fiere annuali. E se la prima opera a esservi rappresentata si chiamava Il mercato di Malmantile, forse non fu una scelta casuale».

Quali elementi nuovi sono stati riportati alla luce dal restauro?

«In sette dei palchi di prim’ordine sono emerse le decorazioni originarie che sono attribuibili, per tipologia di immagini, riquadrature e colorazioni, ad alcune modalità pittoriche relative ai palchi teatrali di Antonio Galli Bibiena, che completò la struttura originale di Francesco Ambrogio Petrocchi, architetto della Comunità».

Dall’intitolazione nel 1859 a Gioachino Rossini (i genitori fuggirono da Lugo a Pesaro poco prima della sua nascita) alla recente riapertura della casa del musicista, Lugo si afferma in suo nome come un grande polo musicale?

«Proprio di recente, nel 2010, il ritrovamento di una preziosa locandina ha testimoniato la presenza in orchestra, precisamente al cembalo, dello stesso Rossini in occasione dell’opera La nobiltà delusa, rappresentata a Lugo nel 1806. Il documento sarà esposto in occasione della riapertura nel foyer. Qui Rossini, già da qualche anno allievo a Lugo dei fratelli Malerbi, potè accedere a una grande cultura musicale, di cui furono frutto le brillanti Sei sonate a quattro. A Lugo c’è un intero percorso rossiniano: la casa museo del musicista, inaugurata nell’ottobre 2020 e poi chiusa a causa covid, la villa Malerbi, il complesso del Carmine con il prezioso organo Callido, il salotto rossiniano della Rocca Estense con un suo dei suo ritratti più famosi. Quindi un vero percorso in quella che fu la città dove iniziò il cammino musicale».

I cartelloni ottocenteschi portarono alla ribalta le opere di Mercadante, Bellini e Donizetti, fino all’avvento di Verdi. Quale fu invece il ruolo civile del teatro simboleggiato dai discorsi di Mazzini, Carducci, Costa?

«Credo che il teatro per la sua collocazione così vicina al Pavaglione sia sempre stato come un magnete per i lughesi, anche dal punto di vista sociale. Ospitò veglioni, incontri di pugilato. Divenne una sala cinematografica. Dal restauro, opera di Pier Luigi Cervellati nel 1986, ha sempre funzionato con un’offerta di qualità di prosa, musica, danza, concerti».

Un teatro che si è sempre caratterizzato per l’apertura a ogni genere musicale, antico e moderno.

«Da momenti clou come l’assolo violinistico di Paganini nel 1813 o l’Aida diretta da Toscanini nel 1902, la stagione lirica si è specializzata nella riscoperta di partiture inedite o non eseguite da tempo, come L’aviatore Dro del lughese Balilla Pratella nel 2016. Poi sono nate le feste musicali intorno all’opera barocca e importanti presenze di musicisti contemporanei, come nel 2006, in una delle ultime sue apparizioni in Italia, Karlheinz Stockhausen, con la prima mondiale assoluta di Porta del cielo, dal ciclo Klang (Suono), ma anche Lucio Dalla che fu regista di Arlecchino di Ferruccio Busoni. Quindi Marco Tutino così come Monteverdi. Spero nella cultura per uscire dalle crisi. È l’identità della comunità e ci offre gli elementi di riflessione per poter analizzare il presente».

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