RIMINI. «Si scrive per molti motivi, uno di questi è quello di non perdere il filo dei ricordi e impedire che vengano troppo sbiaditi dal tempo, e se si affidano le parole alle pagine la memoria avrà un custode in più».
Così Stefano Carlini, riminese di professione personal trainer e docente, con la tessera da giornalista in tasca, apre lo scrigno della memoria tornando al tempo della sua giovanile missione in Libano con il Battaglione San Marco, corpo d’élite delle forze armate italiane. «Dopo molto tempo – spiega – ho deciso di trovare le parole per descrivere molti dei fatti che ho vissuto a Beirut, tra il 1983 e il 1984 dove, assieme a molti ragazzi come me, ho partecipato alla missione di pace voluta dal governo italiano, con la divisa del Battaglione San Marco, i marine corps italiani».
Il libro
Nasce così Come traccianti nella notte. Quando eravamo a Beirut (Maginot Edizioni, 2020, pp. 77, euro 12). Il volume appena pubblicato è composto da 24 racconti: «Fatti vissuti personalmente, più uno, doveroso, nel quale non ero fisicamente a Beirut ma che volevo raccontare: quello dell’attentato alla pattuglia dei marò del San Marco nel quale perse la vita Filippo Montesi, soldato di leva, che il destino ha voluto incrociasse quei proiettili».
In Libano, spiega Carlini, erano state inviate truppe anfibie come appunto il Battaglione San Marco, «ma anche i paracadutisti della Folgore e i bersaglieri. Per la maggior parte soldati di leva, giovani ragazzi che spesso non erano mai usciti dal proprio paese, spediti tra i vicoli stretti e pericolosi di Sabra e Chatila – i sobborghi palestinesi di Beirut – strappati alla quieta vita familiare vissuta fino a quel momento. E la nostra gioventù è di fatto finita lì».
Il Contingente italiano in Libano
Facciamo un passo indietro: per chi non lo ricorda, o per chi non c’era, la Missione Italcon fu un’operazione di peacekeeping condotta dal 1982 al 1984 dalle forze armate italiane in Libano con Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna. Era la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale che un reparto armato italiano si recava in missione fuori dai confini. Le forze di pace avrebbero permesso ai sopravvissuti palestinesi di trovare rifugio negli Stati arabi confinanti. La prima parte della missione si concluse il 12 settembre 1982. Dopo due soli giorni vi fu l’attentato al quartier generale dei cristiano maroniti dove persero la vita il presidente Bashir Gemayel e 25 dirigenti. Il 16 settembre la ritorsione, con i massacri nei campi di Sabra e Chatila da parte delle Falangi libanesi e dall’Esercito del Libano del Sud, con la complicità dell’esercito israeliano, in cui morirono migliaia di civili, prevalentemente palestinesi e sciiti libanesi. Così la decisione di un nuovo intervento internazionale.
I primi racconti su Facebook
«Pochi mesi vissuti in modo folle – ricorda l’autore –. Poi ognuno ha percorso la sua strada attraversando la vita che gli è stata destinata. O che si è conquistato. Dopo anni Facebook ha riavvicinato gran parte di noi».
E proprio su Facebook Stefano Carlini inizia a scrivere, un racconto dietro l’altro: «Rivivevo i fatti anche grazie a un diario che ho tenuto durante i miei giorni libanesi». Dal social network alla decisione di farne un libro: «La responsabilità di proteggere la popolazione locale, l’intimità raggiunta con i miei compagni, le notti stellate solcate dai proiettili luminosi e lo stato di perenne allerta, hanno ridisegnato i miei contorni umani e mi hanno concesso di capire un po’ meglio le cose».
Scrive nella sua prefazione Fabrizio Maltinti, capo di stato maggiore della Brigata Marina San Marco: «Carlini nei suoi racconti ci narra quello che “se non ci sei stato, non lo puoi provare”. E lo fa in uno stile così diretto che, sin dalle prime pagine, in quelle strade anguste, in quei campi profughi pieni di bambini e adolescenti, su quei mezzi pitturati di bianco, in quelle tende, sotto il fuoco di quelle bombe e di quelle mitragliatrici, ti ci trovi anche tu e, senza rendertene conto, cominci a vivere quello che altri ragazzi, non per loro scelta, ma con tremenda passione e senso del dovere, hanno vissuto».
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