Il ricercatore del Cnr: “Il gas italiano? Poco e sconveniente”

L’ipotesi di nuovi pozzi in Adriatico non è quella giusta per rispondere all’aumento dei prezzi Ne è convinto Nicola Armaroli, ricercatore del Cnr, recentemente ospite a Ravenna di un convegno sulla mobilità elettrica – di cui è convinto sostenitore – organizzato da Cna. Per Armaroli l’unica strada è quella delle rinnovabili.

Dottor Armaroli, si torna a parlare di nuovi pozzi metaniferi in Alto Adriatico. Giusto?

«Dipende qual è l’obiettivo. Se lo scopo è quello di abbassare i prezzi dell’energia direi di no. Il governo potrebbe anche decidere di calmierare i prezzi del metano italiano per particolari categorie, e allora bisognerà capire quali saranno i criteri, ma il punto è che le riserve nazionali di gas sono ormai esaurite. I nostri pozzi sono piccoli e dislocati in varie zone del territorio. Nel 1994 estraevamo 21 miliardi di metri cubi di gas, ora circa tre. Abbiamo smesso di estrarlo per un motivo semplice: economicamente ci conviene importarlo da Russia e altri Paesi dove hanno giacimenti immensi e di ottima qualità. In Italia, ipotizzando di estrarre tutte le risorse certe e quelle probabili arriviamo a circa 100 miliardi di metri cubi di gas, ci basterebbe per poco più di un anno. E poi cosa facciamo? Il punto è un altro: dobbiamo uscire dalla dipendenza dal metano, che peraltro ha un impatto climatico molto peggiore della CO2, quando si disperde in atmosfera. E se ne disperde non poco lungo la filiera. Peraltro nessuno lo dice ma oggi una quota pari alla metà di quanto estratto in Italia lo esportiamo ad altri paesi».

Meglio i rigassificatori?

«Il gas che arriva con questo metodo è più caro: va congelato, trasportato per migliaia di km, scongelato e immesso nella rete. Questo metodo ci dà la possibilità di accedere a diversi mercati ma è più impattante dal punto di vista ambientale per la complessa catena di trasporto. In generale la nostra dipendenza dal gas estero avvelena il clima, inquina l’aria, ci mette in una situazione di debolezza economica e ora finanzia anche una guerra».

La risposta sono le rinnovabili?

«Sì. Lascia a dir poco perplessi parlare di nuovi pozzi o addirittura di nucleare. Guardiamo all’Olanda: ha molte più risorse metanifere di noi ma ha deciso di chiudere il suo gigantesco giacimento di Groningen, da cui fino a pochi anni fa importavamo il gas, anche a causa delle scosse sismiche causate dalle attività estrattive. Punteranno tutto sulle rinnovabili. A livello mondiale del resto, nonostante siamo indietro con la transizione, abbiamo raggiunto la capacità di un Terawatt prodotto da fotovoltaico. È una potenza che produce l’equivalente di 170 centrali nucleari, ed è solo l’inizio. In Italia abbiamo le risorse per puntare seriamente sulle rinnovabili ma non lo facciamo».

Dicono che le rinnovabili non basterebbero per le cosiddette imprese energivore. Come risponde?

«Si gioca sull’equivoco. Intendiamoci: una grande azienda, ma nemmeno un ospedale, non può essere alimentata al 100% con i pannelli solari sui propri tetti. Ma con una diffusione del fotovoltaico su larga scala su capannoni ed edifici e con adeguati impianti di stoccaggio, si può produrre tutta l’elettricità di cui abbiamo bisogno, liberandoci dall’uso del gas. A casa mia ho i pannelli fotovoltaici e solari termici, accoppiati a una pompa di calore geotermica. Nulla di fantascientifico, che mi permette di essere completamente indipendente. Con i costi attuali del gas è un investimento che si recupera in cinque anni».

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