“Il regalo del professore” di Piero Orlandi: l’intervista

Esperto del rapporto fra fotografia, urbanistica, architettura. Piero Orlandi, bolognese, architetto, è stato per molti anni collaboratore del’Ibc. Unendo riflessione saggistica e invenzione narrativa, ha scritto le pagine di diario e di viaggio de Il regalo del professore. Viaggio nelle città che cambiano (Carta Bianca), che l’autore presenterà oggi alle 17.30 all’Istituto Storico Parri di Bologna in dialogo con il sindaco Virginio Merola e Patrizia Gabellini.

Resoconti di campagne di rilevamento, sopralluoghi sul territorio, episodi e riflessioni dedicati alla amicizia con la grande figura di Andrea Emiliani (1931-2019), “il professore” appunto, soprintendente e storico dell’arte. A lui e alla sua creatura, l’Istituto Beni Culturali, soppresso nel novembre del 2020, sono dedicate pagine, che si leggono come un racconto, sui temi della riqualificazione urbana.

Orlandi, cosa rappresenta il “regalo del professore” per il futuro dei beni culturali e la conservazione e tutela del paesaggio?

«Il regalo sta in primo luogo nell’insegnamento di Andrea Emiliani, che resta nel tempo anche in sua assenza. Cos’è il suo insegnamento? Rispondo citando ad esempio il titolo di una mostra che realizzai con lui: “L’esperienza sul campo. Per una analisi del paesaggio appenninico”. Lui voleva che noi giovani architetti e storici dell’arte, fotografi, archeologi, andassimo sul campo, girassimo l’Appennino, le campagne. “Conoscere per conservare”, altro titolo bellissimo di tante sue mostre, conferenze, lezioni. Io nella mia carriera, svolta tutta in Regione e nell’Ibc, ho cercato di proseguire questo suo insegnamento. A volte aggiornandolo ai temi e problemi della modernità, spesso però trovando l’opposizione di chi riteneva che certi argomenti, per esempio l’architettura di qualità del secondo Novecento, non dovessero far parte dei beni culturali. Io pensavo, e penso ancora, che il metodo di Emiliani – perlustrare il territorio, cercare le eccellenze, farne degli elenchi, renderli noti, spiegarli, diffonderli – dovesse restare sempre quello, collaudato in decenni di pratiche relative all’indagine, alla conoscenza, al lavoro sul campo. E che invece gli argomenti potessero e dovessero cambiare».

In che modo si posero le basi di tale cambiamento?

«Come Paolo Monti aveva fotografato i centri storici e da lì era nata la cultura della conservazione dei centri storici, io chiesi a Gabriele Basilico di fotografare le aree industriali dismesse della regione perché quello del loro recupero era diventato il problema chiave per la rinascita delle nostre città. Nel mio libro poi spiego che “il regalo del professore”, oltre a essere il suo insegnamento, è anche un dono che mi fece, un libro di Cesare Brandi, Terre d’Italia, invitandomi a scrivere qualcosa del genere, e io ho cercato di accogliere il suo invito, ed è questo il suo ulteriore regalo, avermi spinto a scrivere, a raccontare l’esperienza fatta in Regione e nell’Ibc».

Dall’osservazione alla fotografia, questo libro è anche «un viaggio nelle città che cambiano».

«Senza le idee, le forme, le regole che ci hanno lasciato le tradizioni non potremmo trovare la spinta per modificarle, superarle, rinnovarle. Ma questo è sempre successo. Borromini non avrebbe potuto produrre i suoi capolavori senza affrontare la sfida con Brunelleschi o Leon Battista Alberti, né Adolf Loos o Walter Gropius avrebbero progettato i loro capolavori senza voler smentire il linguaggio dell’eclettismo e delle accademie. A Bologna tradizione e innovazione sono convissute in un periodo fertile e produttivo come gli anni Sessanta, quando si costruivano la tangenziale e gli assi attrezzati, e la nuova Bologna della Fiera e del Centro direzionale e della Galleria d’arte moderna a Nord, ma intanto si facevano i piani di conservazione del centro storico e della collina. In seguito c’è stato un grande immobilismo: niente metropolitana, niente nuova stazione, niente parcheggi multipiano se non a chilometri dal centro. E io credo davvero che ci sia stato un eccesso di paura, paura di sbagliare, che ha bloccato la città, e parte di questa paura veniva dall’ossessione della conservazione. Bisogna osare, bisogna perfino sbagliare, per rendere la città più bella e funzionale. Faccio un esempio: sento dire che il People Mover ha violentato il paesaggio. Il problema magari è il suo malfunzionamento, ma che c’entra il paesaggio? Siamo in via Carracci, alla Bolognina, non sulle Dolomiti o nella riviera ligure. Una importante infrastruttura giudicata attraverso temi e idee incongruenti».

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