RAVENNA. Questa volta Christian Ravaglioli, multiforme musicista ravennate di levatura internazionale, con una formazione classica e un’attività senza confini, pubblica un disco elettronico dalle atmosfere rarefatte e spaziali: si intitola “Distance” ed è disponibile da un mese circa su tutti i digital store. In questo lavoro è insieme a Marco Pierini, compositore marchigiano che suona chitarra e sintetizzatore, mentre Ravaglioli si destreggia tra sintetizzatore, pianoforte e organo Philicorda.
«“Distance” è la contemplazione dell’abisso cosmico – spiegano i due – e delle infinite distanze che isolano l’uomo da tutto ciò che non riesce ancora a comprendere. Uno sguardo ingenuo, privato della capacità di decodificare il buio dello spazio. Come astronauti ci siamo buttati nel cosmo, immaginando armonici silenzi ed esplosioni catastrofiche. Non mancano, attraverso brevi melodie, gli sguardi rivolti alla terra, in un gesto di abbandono forzato, nel nome di una ricerca tanto fisica quanto spirituale ed esistenziale. Un disco che non cerca di far luce dentro lo spazio, ma si ferma ad abitare il buio in attesa dell’illuminazione. La componente elettronica ha avuto una decisiva importanza; abbiamo provato ad immaginare il suono delle galassie, l’ignoto. L’unico elemento concreto resta il pianoforte, in tutta la sua fisicità, che abbiamo cercato di valorizzare attraverso un’attenzione maniacale nella microfonazione».
Ravaglioli, come è nata la collaborazione con Pierini?
«Ci siamo conosciuti quindici anni fa a Riolo Terme, nello studio di registrazione di Loris Ceroni, che cercava musicisti per registrare una “ghost track” sperimentale per Anna Oxa (in coda al brano “Pesi e misure” sull’album “Proxima”, del 2010, ndr.), di cui era produttore. Da allora siamo rimasti in contatto: andiamo a visitare mostre di pittura, facciamo musica nel mio studio, e salta sempre fuori qualcosa di interessante. Questo è il secondo disco che facciamo insieme».
Questa volta percorre strade new age, confermando l’eclettismo che da sempre la contraddistingue.
«Questa cosa dell’eclettismo me la sento dire da sempre, ma non la capisco tanto. Per me è una cosa naturale: io ho sempre fatto solo il musicista, cominciando a undici anni a suonare la fisarmonica con i canterini romagnoli, e tuttora proseguo nel folk, cui ho dedicato recentemente un disco prodotto da Riccarda Casadei. È un ambito che amo profondamente, ma poi ho fatto il Conservatorio, diplomandomi in pianoforte, oboe e composizione, e anche lì mi sono divertito tanto, ma nel frattempo compravo sintetizzatori. Mi manca forse l’heavy metal, ma il punk no, ad esempio».
A proposito dell’oboe, che è uno strumento meno convenzionale rispetto alle tastiere, ha mai pensato di usarlo in ambito elettronico e new age?
«Ci sto lavorando proprio adesso, da quando sono chiuso in casa come tutti, e per farlo bene mi sono scelto un direttore artistico: è Enrico Montanari, che un mese fa mi ha chiesto di suonare per la colonna sonora di un cortometraggio su Cuba, usando note lunghissime all’oboe. È una cosa che non avevo mai fatto, e il risultato mi ha colpito, tanto che gli ho chiesto di fare un disco insieme. Userò anche canne smontate da un organo, e suonate come strumenti singoli a fiato». www.christianravaglioli.com

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