Il professor Zamagni: gli insegnamenti della pandemia

RIMINI. Corre veloce, la realtà: precede le nostre riflessioni, i nostri progetti e a volte supera i nostri sogni, o i nostri incubi. L’associazione Clionet ha pubblicato il 3° volume di studi del 2019 – Per un senso del tempo e dei luoghi – con un’interessante intervista all’economista Stefano Zamagni, sulla quarta rivoluzione industriale e sull’industria 4.0. Zamagni, riminese, è ordinario di Economia politica all’Università di Bologna e insegna International political economy alla Johns Hopkins University.
I mesi appena trascorsi, con il cambiamento radicale che hanno portato alle nostre vite e all’economia di tutto il mondo, costringono però a cercare risposte forse ancora più a monte. Con una carriera intera dedicata alla osservazione e all’esame dei fenomeni economici, e all’attivo decine di trattati e saggi, Zamagni propone infatti una visione olistica della realtà in cui è compresa anche quella del mondo del no profit.
Professore, ora che il bollettino dei decessi, almeno in Italia, inizia a essere meno angosciante, la grande paura è quella per l’economia del Paese.
«Lo è, perché vogliamo nasconderci che la pandemia ha solo aggravato la situazione italiana, in sofferenza da vent’anni, da ancora prima della crisi finanziaria del 2008. Manipolatori e opportunisti cercano di nascondere le proprie responsabilità: è proprio il virus, però, che toglie il velo all’ipocrisia e dimostra che occorre voltare pagina, a livello globale e non per singoli pezzetti. È come parlare di una persona che deve farsi operare: soffre per l’intervento, soffre per la convalescenza… ma poi starà bene! Così noi: dobbiamo mettere in programma tre-quattro anni in cui dovremo tirare la cinghia, e trasformare le strutture ma anche la nostra mentalità».
Il cittadino medio però probabilmente non ha neppure le conoscenze necessarie per comprendere perché e come le cose dovranno cambiare, specialmente in campo economico.
«Ci fanno credere di essere ignoranti, e che sia un peccato mortale non intendersi di tecnica bancaria, ma in realtà la riflessione sui problemi economici è alla portata di tutti, anche dell’analfabeta, e così lo è individuare i molti responsabili del declino. Primi fra tutti gli intellettuali, che hanno taciuto per troppo tempo quello che invece avrebbero dovuto dire… ma se si è sul libro paga di qualcuno, sicuramente non si può dire quello che si pensa! Una volta gli intellettuali facevano sentire la propria voce “super partes”. Oggi sono schierati, e come si fa a esercitare la propria funzione critica se si propende per una delle parti in causa? Ma questo porta a parlare della politica, purtroppo senza eccezioni sempre più orientata al breve termine, alle elezioni successive».
Ma i politici dovrebbero avere come primo obiettivo la lungimiranza.
«Invece hanno il respiro corto, e in maniera colpevole. Per esempio, ci chiediamo perché non si faccia manutenzione straordinaria su grandi opere essenziali come i ponti? Perché i risultati andrebbero, forse, a portare un beneficio di immagine ai successori, non a chi quei lavori li ha decisi, e allora si preferisce un orizzonte temporale breve, o immediato, ma che dia risultati subito, anche a scapito del futuro: come sta succedendo per il reddito di cittadinanza, costosissimo, che fra un anno non potrà più essere erogato…».
E poi ci sono gli imprenditori.
«Che non hanno il coraggio di affrontare il rischio d’impresa, e investimenti produttivi di lungo termine che vadano ad aumentare la redditività dell’azienda ma anche i posti di lavoro. Preferiscono investire sì, ma nella speculazione: e così l’industria non può crescere».
Lei però non risparmia le sue critiche neanche a noi cittadini.
«Certo: anche la società civile ha le sue responsabilità in questo declino, e così gli enti del terzo settore. Nella seconda settimana di marzo avevo scritto un articolo in cui suggerivo al governo di chiamare nelle cabine di regia sulla gestione del virus esponenti di questo mondo, specialmente del settore sanitario, e invitavo gli enti a proporsi a loro volta. Mentre però l’appello a Conte delle 16 senatrici, in maggio, ha fatto sì che nei gruppi di lavoro fossero inserite anche donne, da parte dei 336mila enti del terzo settore è venuto… il silenzio!».
Individuati i responsabili, ci si potrebbe anche chiedere il perché di un così scarso senso del bene collettivo.
«Per quanto riguarda il nostro Paese, la mia osservazione è che da quarant’anni circa vi sia penetrato quell’“individualismo libertario” già presente nel mondo anglosassone, che a noi ha sottratto il senso della comunità: il suo slogan è “volo, ergo sum”, cioè “io sono quello che voglio”, o meglio, “il mio desiderio definisce anche la mia essenza”… Quando sento i giovani dire che sono insofferenti alle regole, e pronti invece a seguire le proprie indicazioni morali, vedo questo fenomeno, in cui la “preferenza” ha sostituito la “norma”, che è l’opposto del libertarismo».
Neanche questo è successo per caso.
«Una grande responsabilità ce l’hanno gli insegnanti: che hanno cercato, sì, di resistere, ma poi hanno alzato le braccia, e invece di difendere un sistema di indicazioni morali hanno finito… per diventare libertari anche loro! Anche io insegno: ma picchio gli studenti che affermano queste cose!».
Quindi, professore, realisticamente si riesce a pensare che “andrà tutto bene”?
«Ovviamente non è tutto perso, e questo virus servirà proprio a dimostrare che è anche il libertarismo ad agevolare la diffusione delle pandemie. Quanto al “laboratorio Italia”, lo trovo molto interessante: gli italiani hanno rispettato fin qui le indicazioni, hanno indossato le mascherine, a volte fin troppo, visto che ci sono persone da sole in auto con la mascherina ben calzata! Insomma, hanno dimostrato di saper rispettare le regole. Bisogna insistere, allora, anche perché siamo in un mare di infelicità, e dobbiamo davvero trovare il modo di uscirne, e ricominciare a vivere, e a sorridere».

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