«Mia mamma mi diceva sempre “Daiii, vai a fare gli auguri a Vincenzo”. “No mamma, mi vergogno, c’è troppa gente”. Poi venivo lì, il primo sguardo era sempre serioso e io mi cagavo sotto… Lì partivano il tuo sorriso e un abbraccio che durava fino al compleanno successivo: buon compleanno». Questo, il 6 gennaio scorso, il pensiero postato su Facebook con tanto di bellissima foto per Vincenzo Muccioli che quel giorno avrebbe compiuto 87 anni da quel Matteo Bertoni che i suoi di compleanni li ha festeggiati quasi tutti a San Patrignano.

L’oggi quasi quarantenne è stato infatti il primo figlio in carne e ossa di SanPa, il primo bimbo nato da due ospiti che lì si sono conosciuti e hanno messo su come si suol dire famiglia e ha visto nascere lì anche la sorella Giorgia nel 1985 e il fratello Michele nel 1995.

Partiamo dal principio, dalla sua storia personale.

«Mio padre Gabriele è stato il secondo ospite entrato in comunità ed è quello con la maggior presenza visto che il primo dopo una settimana si allontanò. Mia madre, Sabrina Bracci, entrò invece qualche mese dopo, ad appena 16 anni d’età: rimase un po’ e tornò a casa perché non era convinta. Poi mia nonna chiamò Vincenzo perché aveva ripreso subito certi giri, lui la riprese e la portò come prima esperienza in campeggio e decise di rimanere. Un anno dopo era incinta di me e il 27 aprile del 1981 sono nato in ospedale a Cesenatico, cinque giorni prima che diventasse maggiorenne».

Come è stato crescere in comunità?

«La casa dei miei genitori era una roulotte, ma dopo la mia nascita a loro e ad altre coppie che si erano portate i loro figlioletti diedero la prima casa in muratura di Sanpa, quella che si chiamava Gasperini e divenne il primo centro medico. Sono seguite casette in legno e container, ma l’infanzia è stata felice. Pur essendo in aperta campagna e fra persone in percorso di recupero, non ho mai avvertito tensioni nei miei confronti e appena ho iniziato a camminare mi sono ritrovato un bimbo libero di girovagare fra pollaio, bestiame, animali. I primi problemi sono nati fuori da Sanpa, quando è stato il momento di andare all’asilo che ancora in comunità non c’era».

In che senso?

«Ci siamo confrontati con un’altra realtà che rifiutava e discriminava la nostra, che la bollava come un gruppo di tossici che faceva baldoria e non una comunità di recupero. Le altre mamme sono andate a chiedere di non accettarci, di non avere i loro figli “in classe” insieme a noi, che eravamo sporchi e chissà che malattie ci portavamo dietro. Non volevano neanche che venissero a prenderci con il pulmino per non far vedere ai loro figli le persone in attesa davanti al cancello. È stato brutto e difficile da capire a quell’età».

Crescendo si è anche formato nel lavoro?

«Tutti davamo una mano. Mia madre divenne la responsabile dell’asilo interno quando nacque, mio papà ha coltivato la sua passione per la grafica ed è stato per tantissimo tempo fra i responsabili di quel settore. Io sono cresciuto facendo la mia parte soprattutto d’estate, al bestiame: mi facevano curare gli animali piccoli grazie al mio amico Renato che mi ha insegnato a prendermi cura dei vitellini e degli altri esemplari».

Cosa era Vincenzo Muccioli per un bimbo di Sanpa?

«Quando sono nato, è venuto in ospedale e mi ha tenuto in braccio tutto il giorno e quando sono tornato in comunità ha fatto lo stesso per altri due portandomi ovunque. Per lui era una vittoria l’aver ridato un futuro a un 20enne e a una 16enne tossici e averli visti creare una famiglia. Poi è sempre stato con noi, mangiava con noi, era fra noi ogni minuto. Per tanti anni Vincenzo è stato la cura, San Patrignano era lui e per noi era un grande papà, un omone enorme che un po’ di timore te lo faceva perché tutti lo ascoltavano ma che sapeva essere tenerissimo: veniva a trovarci all’asilo, si preoccupava sempre di ognuno noi».

In comunità ha conosciuto la famiglia Moratti ed è cresciuto con i loro figli fino a diventare interista come loro.

«Prima ho conosciuto Letizia e Gianmarco, che venivano nei campi con i miei genitori a lavorare la terra e i loro bimbi condividevano tutto con noi come i tanti altri piccoli nati e cresciuti a San Patrignano. Quell’amicizia fra tutti noi è ancora vivissima, così come quella con Gabriele e Gilda Moratti. La mia fede nerazzurra non è nata solo per quello (anche se i racconti non mancavano di certo), ma dal papà del mio migliore amico, Eugenio, che me l’ha trasmessa. Mi diceva sempre “ricordati, tu sarai un grande interista” e quando è venuto a mancare quella frase me la sono tatuata dentro. Poi con Gabriele è arrivata la possibilità di avere qualche maglietta, di vedere qualche partita e di realizzare il sogno della mia vita: la sera della finale di Champions League, quella del Triplete, portò tutti noi ragazzini cresciuti con lui e le nostre fidanzate a Madrid e al ritorno si è emozionato dicendoci: “La cosa più bella non è stata vincere la Champions, ma vincerla con voi che siete la mia famiglia”. Sono cose che non si dimenticano, come lui non dimentica il fatto di aver trovato in noi amici veri e disinteressati».

Quanto le fanno male tutte le discussioni accese dalla serie Netflix?

«Quando ho visto che usciva in realtà ero contento, perché speravo ci fosse un po’ di verità e giustizia: quello che avevo passato da bambino durante tutti i processi mi aveva fatto molto male vedendo tutti gli sforzi che la gente faceva lì dentro. Ricordo che un giorno Vincenzo disse a mia mamma: “Sabrina, se non me ne vado uccidono la comunità”. Mi aspettavo un racconto più realistico, più vero e completo, non solo parziale e alla ricerca del clamore. Ero partito con tante speranze e invece a ogni puntata ho pianto: mi ha dilaniato e ha riaperto ferite che pensavo di aver chiuso. Fra qualche mese compio 40 anni, un anno fa sono diventato padre e aver potuto battezzare la mia piccola lì dove sono nato e cresciuto vedendo che grandissimo luogo è diventato, una sorta di paese che dà lavoro e futuro a centinaia di persone continuando a recuperarne tantissime ancora oggi, conta per fortuna più di mille serie televisive e mi riempie di orgoglio».

Nicola Strazzacapa

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