Il primo cru e i grandi terroir Vietti, una storia centenaria

Sono una delle famiglie più vecchie del Barolo, donne e uomini di tradizione ma anche di innovazione, con una prima bottiglia ancora ben custodita in cantina che ha trascritto sull’etichetta l’annata 1873. Quasi centocinquanta anni di storia in un’azienda che è divenuta un simbolo delle Langhe e più in generale di tutto il Piemonte, avendo investito in lungo e in largo sui pendii di una regione come nessun’altra vocata ad accogliere la vite.

Siamo a Castiglione Falletto, piccolo comune italiano nato come paese romano, poi divenuto possedimento del marchesato di Saluzzo nel Medioevo e infine passato tra i territori di Casa Savoia fino all’Unità d’Italia. È qui che i Vietti hanno scritto, pagina dopo pagina, la loro personale antologia, e il primo capitolo comincia con due uomini. «Erano mio bisnonno e suo fratello – racconta Luca Currado Vietti, scavando tra i ricordi tramandati di generazione in generazione –. Il primo emigrò a Boston da giovane per studiare ingegneria, lavorando ad alcuni progetti per allora molto importanti. Il fratello rimase invece in Italia a mandare avanti la campagna. Purtroppo, però, morì durante la Prima Guerra Mondiale e così Giovanni, mio bisnonno, dovette tornare nel nostro Paese insieme a sua figlia».

Il suo ritorno in Langa segna l’arrivo di una nuova mentalità là dove tradizione e ritualità erano qualcosa di quasi sacrale. «Avendo vissuto tutti quegli anni in America – continua Luca – era aperto alle novità e per questo decide di concentrare la sua attenzione alla ricerca delle migliori zone per la produzione dell’uva. È grazie a lui se oggi abbiamo un patrimonio di grand cru che non posso che definire straordinario». Il concetto insomma era chiaro: per la qualità ci vogliono prima di tutto grandi ingredienti. Da questa idea si gettano le fondamenta per la nascita, nel 1961, del Barolo “Rocche di Castiglione”, la primissima bottiglia di cru da uve Nebbiolo insieme al “Bussia” di Prunotto. Lo scontro con gli altri produttori è inevitabile, perché allora il gioiello enoico del Piemonte nasceva dalla fusione delle uve provenienti dalle diverse parcelle.

L’espansione

Innovare, piuttosto che seguire o adattarsi, è la parola che meglio descrive il concetto della famiglia Vietti quando si parla di vino. La tradizione è importante, nessuno vuole negarlo, nemmeno qui a Castiglione Falletto, ma a volte ci vuole il coraggio di guardare oltre i muri. Come dare spazio ad etichette d’autore sulle bottiglie, invece della solita pomposità sabauda. Vietti le introduce negli anni ’70. Sembra poco, ma in realtà è un altro tassello che si sbarazza di una patina troppo polverosa. «Ma siamo stati anche tra i primi – mi spiega Currado Vietti – a credere nei territori al di fuori della piccola ma stupenda nicchia del Barolo. Il Piemonte è ricco di biodiversità, per questo abbiamo investito nel Roero, per la produzione dell’Arneis, nel Timorasso e nella zona del Barbera. Crediamo negli autoctoni – ci tiene a precisarmi Luca – e non abbiamo mai voluto puntare sugli internazionali».

In questa cornice unica, oggi l’anima e il corpo dell’azienda Vietti sono Luca e sua moglie Elena. Lui si occupa della campagna e dei vigneti, lei del commerciale e dell’amministrazione e insieme assaggiano ogni singolo vino. L’uno non potrebbe essere senza l’altro, anche perché in Langa le donne hanno un ruolo davvero importante.

Territorio

È degustando i vini, però, che si entra davvero in contatto con questo luogo che, come dice il patron di casa Vietti, era per certi versi «predestinato». Barolo, Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, La Morra, Monforte d’Alba, Roddi, Verduno, Cherasco, Diano d’Alba, Novello e Grinzane Cavour: gli undici magici territori del Nebbiolo, capaci di donare qualcosa di assolutamente particolare a questo vitigno difficile, ma generoso. «Siamo senza dubbio in una posizione strategica – assicura Luca – perché circondati per 270 gradi dalle grandi montagne come il Monviso, il Monte Rosa, il Cervino. Le Alpi a Nord ci fanno da corona e ci proteggono, mentre le alpi marittime ci tengono al riparo dai venti caldi. E poi le piogge abbondanti, il freddo, la neve. Ogni singolo componente della natura, compresa una stupenda escursione termica garantita dai ghiacciai, contribuisce a rendere speciali le nostre Langhe».

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