Il primario: «Senza mascherina? Mi verrebbe da prenderli a sberle»

«Ora che il contagio è più lento, è il momento di sconfiggerlo. Ma se sbagliamo in questa fase, l’epidemia ripartirà e bisognerà inevitabilmente richiudere tutto». Il primario del reparto di Rianimazione dell’ospedale di Rimini, Giuseppe Nardi, spiega infatti che, «sì, abbiamo tirato un sospiro di sollievo», ma il “nemico” è ancora lontano dall’essere sconfitto. E nella battaglia contro il Covid, l’arma più forte, come raccomanda caldamente il primario del reparto che nel momento più critico ha accolto fino a una cinquantina di persone, «è la mascherina». «Mi capita di fermare la gente per strada e chiedere loro perché non la indossano. – ammette Nardi -. Mi sono preso degli improperi e mi sono sentito dire che l’obbligo di indossare la mascherina lede la loro libertà. Ma non si rendono conto che un altro lockdown sarebbe fatale alla loro stessa città, che vive di turismo e quindi di relazioni».
Dottor Nardi, ci sono ancora molte persone ricoverate in terapia intensiva?
«Al momento in Rianimazione ci sono 11 pazienti Covid, e oltre a loro tutte le persone che sono state ricoverate da noi per altre ragioni, per un totale di 27 pazienti in cura in reparto. E sono comunque tantissimi. Per rendersene conto, bisogna pensare che di base la Rianimazione riminese aveva 15 posti, e già quei 15 facevano dell’Infermi un ospedale con una buona dotazione di posti di terapia intensiva. Ora il reparto verrà ampliato con l’apertura, da qui a un mese, di una nuova Rianimazione, quella annunciata qualche tempo fa da Bonaccini, che avrà 14 posti, così il totale salirà a 29. La dotazione del nostro ospedale di per sé è ottima, ma nonostante questo, è risultata del tutto insufficiente a fronteggiare l’epidemia, e questo non può non far pensare».
Qual è il numero massimo di persone che sono state ricoverate nel suo reparto durante l’epidemia?
«Al momento del picco siamo arrivati a 40 pazienti Covid ricoverati, più c’erano gli “altri”, quelli in rianimazione per altre patologie. In totale erano una cinquantina, un numero davvero esorbitante. Esorbitante per qualunque ospedale, anche per quelli di città più grandi».
Come è stato possibile accoglierli tutti?
«Abbiamo ricavato altri posti dalla recovery room annessa al blocco operatorio, l’ospedale di Riccione è venuto in nostro soccorso e altri reparti sono stati “svuotati” per far posto ai pazienti Covid. Ovviamente non solo per quelli che necessitavano di terapie intensive. Ad esempio, il reparto di Ortopedia è stato liberato per far posto a pazienti Covid, e lo stesso è avvenuto al quinto e al sesto piano del Dea. In tutto, l’Infermi ha messo a disposizione 220 posti letto dedicati ai malati di coronavirus».
Quanti sono stati quelli che hanno necessitato di cure intensive?
«Quelli trattati con ventilazione invasiva sono stati 70, e a questi bisogna aggiungere tutti quelli cui è stato applicato casco e maschera facciale per far fronte all’insufficienza respiratoria causata dalla malattia. In totale, siamo arrivati a 120 persone che hanno avuto bisogno di questo tipo di supporto. Anche questo, è un numero davvero esorbitante. Diciamo che se in altri ospedali del Nord Italia la situazione è stata catastrofica, da noi è stata molto dura».
Qual è la tipologia di paziente risultata più colpita?
«Inizialmente sembrava che gli anziani e le persone che presentavano già altre patologie fossero le categorie più a rischio, ma dopo le prime settimane ci siamo resi conto che l’età scendeva in fretta, attestandosi in media intorno ai 65 anni. Certo, la maggioranza dei pazienti che hanno sviluppato forme gravi della malattia sono stati anziani, ma nessuno può ritenersi immune. Anzi, la maggior parte di chi è stato ricoverato in Rianimazione erano persone in buona salute, dai 50 ai 65 anni».
Ci sono stati anche giovani?
«Purtroppo sì, un trentenne è “stato con noi” quasi due mesi, un 22enne è stato trattato con il casco, e abbiamo avuto anche un bambino. Adesso è chiaro perché diciamo che siamo preoccupatissimi, perché quello che abbiamo visto è stato un mostro? Io sono sincero, in 40 anni di professione di rianimatore non avevo mai visto nulla distruggere i polmoni come questa malattia, e credo che da parte della popolazione non ci sia sufficiente consapevolezza di quello che è successo. La mortalità in Terapia intensiva da noi a Rimini è stata del 40%, che è altissima, ma non è niente, se confrontata con l’80% di quella, ad esempio, di New York».
Come giudica l’andamento di questa “fase due” dopo le riaperture?
«Certe scene che si vedono in giro per la città fanno davvero arrabbiare. Lo ammetto, quando vedo le persone senza mascherina mi verrebbe da “prenderle a sberle”. Perché mettere la mascherina è una cosa semplice, che non costa fatica. Non vedere gli amici, stare chiusi in casa, quello sì che costa fatica. E non dobbiamo vivere come reclusi, ma bisogna comportarsi responsabilmente. Ed è per questo che faccio un accorato appello alla cittadinanza. Perché tutti noi sappiamo che sono persone che devono lavorare, e non possiamo trasformare quella che è stata una tragedia sanitaria in tragedia economica. Sbagliare in questa fase, adesso, vorrebbe dire fare risalire i contagi, e quindi andare inevitabilmente incontro a un nuovo lockdown, come è successo in tanti Paesi, tra cui Singapore. E una nuova chiusura sarebbe fatale per Rimini. Per questo chiedo soprattutto ai ragazzi, che per natura sono più spavaldi, di pensare che anche se è vero che le probabilità di sviluppare la malattia in forma grave per loro sono quasi nulle, i loro comportamenti irresponsabili possono mettere a rischio l’intera comunità».
E’ vero che l’aggressività del virus si è attenuata?
«Ad oggi non ci sono elementi per dire che sia vero. Quello che sappiamo con certezza è che la percentuale dei contagi è più bassa, e di conseguenza si è abbassata la probabilità, e con essa i casi, di sviluppare forme gravi. Per poter confermare l’ipotesi dovremmo osservare una discesa dei ricoveri in Rianimazione in Paesi in cui il contagio è ancora altissimo, come in Brasile. Ma questo, purtroppo, non mi pare che stia accadendo. Anzi, la mortalità si continua a confermare la stessa in tutto il mondo, e cioè al 12%. A parte che in Germania e in Cina, le cui statistiche, però, sarebbero da approfondire».
C’è anche chi dice che con il calo dei contagi il vaccino sarà superfluo…
«Superfluo? Si diceva che non era la peste, ma in realtà sono paragonabili. Basta pensare che la polmonite ha una mortalità sotto il 10%, gli interventi cardiochirurgici del 2%, e il Covid, in pazienti ricoverati in reparti non intensivi, del 12%».

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