«È vietato, ma se fosse possibile, un giro in terapia intensiva ai negazionisti glielo farei fare». «Sono certo – dice il primario della Rianimazione dell’Infermi di Rimini, Giuseppe Nardi – che se queste persone vedessero anche solo per un minuto quello che noi vediamo tutti i giorni smetterebbero di dire le stupidaggini che dicono». Parole che il primario Nardi racconta di aver rivolto direttamente a quelle persone che professando l’inviolabilità della propria libertà affermano convinte di non voler indossare la mascherina. «Sì, è capitato anche a me di incontrare chi sostiene che il Covid non esiste, chi afferma che è tutta un’invenzione, – dice il medico, tirando un sospiro – a che scopo mi chiedo io, sarebbe stato inventato tutto questo».
Laddove la malattia causata dal Covid-19 è più tangibile e più feroce, cioè nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Rimini, come d’altronde nello stesso reparto degli ospedali di tutto il mondo, il coronavirus è una presenza sempre più invadente. Ieri pomeriggio, riferisce il primario Nardi, erano 17 le persone sottoposte a terapie intensive, quelle che assicurano all’organismo una ventilazione artificiale, più o meno invasiva. In totale, i posti disponibili a Rimini sono 29, «praticamente il doppio rispetto a quelli della scorsa primavera», disposti ora su due piani, il piano terra e il quarto piano del Dea. In tutta Ausl Romagna, invece, sono 42 i cittadini ricoverati in rianimazione, per un totale di 452, considerando le degenze non intensive. L’aspetto che ha lasciato gli stessi sanitari più colpiti, però, è l’età media delle persone che ha bisogno di ventilazione artificiale, fino ad essere intubata. «E’ diminuita di almeno sei o sette anni – chiarisce Nardi, riferendosi all’età media dei suoi pazienti – e ora si attesta tra i 55 e i 65 anni». E’ da precisare, però, che le persone molto anziane, come gli ultraottantenni, «in generale non vengono quasi mai trattate con la terapia intensiva, proprio per l’elevato impatto del trattamento, privilegiando quindi meccanismi di ventilazione che, come il casco, sono meno pesanti, e quindi più adeguati per permettere loro di sopravvivere».
Più preparati
L’esperienza insegna, e rispetto alla prima ondata Giuseppe Nardi racconta di poter contare su un’organizzazione unitaria, basata su un monitoraggio costante della situazione, «in cui i reparti si coordinano quotidianamente, riuscendo quindi ad adattarsi alle nuove esigenze». «Indubbiamente siamo più pronti ora – puntualizza il primario – però l’obiettivo adesso è molto più ambizioso. È quello di fare fronte alla seconda ondata, che sarà alta almeno come la precedente, senza però chiudere tutto, ed è molto difficile perché significa fare più cose con le stesse risorse».

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