RAVENNA – Il servizio ospedaliero ordinario di Ravenna si è fermato per quasi tre mesi a causa del coronavirus. Un evento senza precedenti nella storia del Santa Maria delle Croci ma che porterà a conseguenze molto negative. In particolare in reparti sensibili come quello di oncologia; luoghi dove il fattore tempo in quanto a diagnosi può fare una grande differenza.

«Fermare la macchina non è stato semplice – assicura Federico Cappuzzo, primario di oncologia all’ospedale di Ravenna -. Abbiamo dovuto ridurre l’offerta, bloccare il percorso di screening, limitare le visite alle sole urgenze. Questo può aumentare i rischi – aggiunge – ma a differenza di altri miei colleghi non penso che andremo incontro a un disastro. Due mesi sono lunghi, ma comunque gestibili».

La prima e più importante conseguenza del lockdown, dunque, è stato il ritardo nelle diagnosi di eventuali nuove patologie tumorali. Un problema, questo, che non riguarda il solo reparto gestito dal dottor Cappuzzo, ma l’intero ospedale, dove negli ultimi mesi sono state bloccate visite, sono state disdette radiografie che avrebbero potuto informare i ravennati coinvolti di eventuali malattie e in generale sono crollati vertiginosamente i dati di accesso al pronto soccorso.

Dal ritorno alla normalità, dentro oncologia si lavora quindi a pieno ritmo per cercare di recuperare il tempo perduto. Per questo «abbiamo attivato un intenso programma di recupero» spiega sempre il primario.
Lo stesso vale per il numero delle operazioni, che è stato ridotto alle sole considerate veramente urgenti.
Covid positivi Secondo il numero uno dell’oncologia ravennate c’è però un problema ben più rilevante del tempo perso da dover recuperare. E questo riguarda i pazienti oncologici Covid positivi; persone affette da neoplasie a cui nei mesi, nelle settimane o nei giorni scorsi era stato diagnosticato il Coronavirus e che ad oggi risultano ancora positive al tampone. «Purtroppo per loro la situazione è davvero molto complessa – dice Cappuzzo -, perché non possiamo toccarli in alcun modo». I medici non possono infatti accogliere questi pazienti in ospedale per effettuare le dovute terapie, perché il rischio sarebbe quello di generare una diffusione del virus dentro l’ospedale mettendo esponendo tutta la comunità a un rischio, e al contempo non possono curarli in altri modi perché, ad oggi, non vi sono ancora risultanze mediche sulle possibili conseguenze delle terapie oncologiche nei soggetti ammalati da Coronavirus. «L’unica soluzione che abbiamo adesso?» si interroga il primario: «al momento aspettare che il loro tampone dia esito negativo».


Se è vero che comunque l’ospedale sta tornando alla normalità, è altrettanto vero che i protocolli di sicurezza messi in campo stanno facendo sì che il ristabilimento delle cose stia avvenendo con una certa lentezza. Si tratta di una conseguenza chiaramente inevitabile e che verrà portata avanti almeno fino a quando il Coronavirus non sarà scomparso per tutto o non verrà finalmente trovato un vaccino. «L’attività è ripresa – commenta il primario di oncologia del Santa Maria delle Croci – ma come tutti con delle regole. Tuttavia ora l’invito che rivolgo ai cittadini è quello di non avere timori nel recarsi in ospedale, qualora non dovessero sentirsi bene». Il timore di molti è infatti che psicologicamente le persone ora possano nutrire una certa diffidenza nei confronti delle strutture ospedaliere e, per paura di ammalarsi, preferiscano rimanere a casa nonostante i disturbi. «Come ho detto – chiude il chirurgo – due mesi di stop possono influire sui casi limite, ma secondo me non rischieremo disastri. Uno stop più lungo, invece, non sarebbe stato sostenibile e per questo dico ai pazienti di non aspettare. L’ospedale è un luogo sicuro».

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