Il plaustro nella pittura dei romagnoli

RIMINI. Il plaustro è il massiccio carro agricolo romagnolo che risale all’epoca romana, dotato di quattro ruote, delle quali le due anteriori sono direzionali e connesse direttamente al timone. Abitualmente tirato da una o più coppie di buoi, è adibito al trasporto pesante. Spesso è dipinto a mano con colori vivaci e con decorazioni floreali. Secondo la tradizione e Maddalena Venturi (Granarolo Faentino 1860 – 1935), la più celebre “pittrice di carri”, sul fronte anteriore del pianale viene dipinta l’immagine di Sant’Antonio Abate con il maialino ai suoi piedi, protettore degli animali domestici, mentre sul fronte posteriore il medaglione con la Madonna delle Grazie e sotto di lei, sopra l’asse delle ruote, San Giorgio sul cavallo bianco mentre uccide il drago.
Il plaustro è uno dei simboli della Romagna, tanto da venir scelto da Giovanni Pascoli quale titolo della rivista che Aldo Spallicci pubblica nel 1911 con l’obiettivo di rivalutare il patrimonio artistico e culturale in Romagna. Anche se meno conosciuto rispetto al “Gallo” e alla “Caveja” e lo si ritrova, quale elemento qualificante, nelle opere che riprendono le tradizioni del mondo contadino. Francesco Nonni (Faenza 1885-1976), uno dei padri fondanti la xilografia italiana, dotato di una tecnica e uno stile personale elegante, accurato e ricco di dettagli naturalistici ispirati alla tradizione romagnola, nel 1913 incide i cinque legni che realizzano “Il mosto” dove un plaustro colorato e decorato fa da sfondo a un movimentato gruppo di figure impegnate nella pigiatura dell’uva. Una delle prime “magnifiche sette”, pubblicata su “L’Eroica “ dello stesso anno e riproposta come tavola fuori testo ne “La Piè” dell’estate del 1921 e in “Xilografia”. Nitida, composita e di non facile lettura, la copertina de “La Piè” del luglio 1922 incisa da Francesco Olivucci (Forlì 1899- 1985), che presenta il carro visto da dietro con il timone sollevato, una coperta “da buoi” decorata appoggiata sull’angolo del pianale e, sotto il verricello si intravede un pagliaio. Olivucci è un artista poliedrico e di straordinarie capacità, che continuerà a dedicarsi alla xilografia realizzando fra il 1938 e il 1948 la serie che denuncia gli orrori del nazi-fascismo e quella che commemora i partigiani martiri della libertà. È della primavera del 1925 la copertina realizzata da Tommaso Della Volpe (Imola 1883-1967) dedicata al plaustro. Anche in questa è inquadrata, la parte posteriore con la Madonna delle Grazie , le roselline e le margherite, che fanno da architrave al formidabile intreccio rosso e blu delle funi da parata. Magistrale. Della Volpe, artista dalle molteplici passioni, dalla musica alla poesia, alla letteratura, alla velocità, quattro anni prima dipinge uno dei suoi capolavori “Le vele e i plaustri”. È il trionfo della Romagna. Le vele latine arancioni istoriate dei trabaccoli emergono da una foresta di corna di candidi buoi aggiogati a carri preziosamente decorati. Più didascalico ma sempre efficace e sensibile nella ricerca del vero è Giulio Cesare Vinzio (Livorno 1881- Milano 1940) che dipinge una suggestiva immagine del plaustro nella sua completezza formale. Allievo con Giovanni Fattori all’Accademia di Nudo di Firenze, dimostra la sua tecnica e la sua sensibilità onesta e sincera in solari scenografie romagnole.
Giovanni Minguzzi (Bagnacavallo 1897 – Ravenna 1953) docente all’Accademia di Belle Arti di Ravenna, illustratore, litografo, è autore di luminosi acquerelli uno dei quali è dedicato al plaustro, quasi una reliquia, abbandonato sul prato. Infine Angelo Ranzi (Forlì 1930 – 2019), artista polivalente di rara bravura, amico di Aldo Spallicci e collaboratore de “La Piè”, incide per la copertina estiva del 1985 i fantastici e suggestivi “due carri”.

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