Quando si parla di stabilimento balneare, il riferimento alla prima struttura per i bagni di mare creata nel 1843 dai conti Alessandro e Ruggero Baldini e dal dottor Claudio Tintori è doveroso. Il pensiero va subito alla piattaforma, suggestiva isola di legno sul mare; ai camerini, vezzosi luoghi a tutela della privacy dei bagnanti e a quell’area di spiaggia in fondo allo Stradone dei bagni (viale Principe Amedeo) regolamentata da precise norme comportamentali. Attorno a questo primo stabilimento balneare, che col tempo accomunerà la sua storia con quella delle palazzine municipali, dell’Idroterapico e poi anche del Grand Hotel, si legano le fortunate vicende dell’industria del forestiero, gestita nell’arco degli anni da società private (1843-1868; 1906-1926) e pubbliche (1869-1905; 1927 in poi).
Precisato questo, è bene anche aggiungere che fin dagli anni Settanta dell’Ottocento il termine di stabilimento balneare definisce qualsiasi ambiente, anche modesto, predisposto per accogliere e rendere confortevole il soggiorno sulla spiaggia: baracche o capanne con spazio circoscritto di ombrelloni e tende.
Questi stabilimenti balneari “minori”, pratici ed economici, capostipiti degli odierni “bagni pubblici”, fanno capolino quando i camerini della piattaforma cominciano a risultare insufficienti a contenere la voglia di mare dei sempre più numerosi “patiti” dell’acqua salata. Inizialmente vengono impiantati sull’arenile nelle vicinanze della “pagoda cinese”; poi, di stagione in stagione, per iniziativa di intraprendenti “operatori dell’estate”, spuntano un po’ ovunque, aumentando di gran lunga la ricettività del lido. Agli albori del Novecento costituiscono già un insieme di attrezzature e di servizi essenziali per la balneazione su tutta la fascia del litorale e rappresentano, nel contempo, un complesso redditizio di attività in grado di arrotondare il bilancio domestico di parecchie famiglie: piccole imprese che a volte, attraverso l’unione o la collaborazione di più persone, diventano “società per azioni” con capitale investito e manodopera a disposizione. Sono, in conclusione, una capillare rete imprenditoriale che, oltre ad allargare l’offerta della spiaggia, la rende efficiente e competitiva.
Tra i tanti stabilimenti “minori” merita una particolare menzione per la popolarità che riesce a riscuotere il Piccolo stabilimento dei Traj attivo fin dagli anni Settanta dell’Ottocento nella spiaggia “libera” ed economica «alla destra della foce del torrente Ausa», vicino all’Ospizio per la cura degli scrofolosi del dottor Carlo Matteucci. Diretto da Luigi Pari, un “imprenditore” che ama definirsi «proprietario, direttore ed inserviente», oltre che «ottimo popolano» e «galantuomo perfetto», il complesso balneare è costituito da otto casotti di legno paralleli alla battigia: quattro per donne e bambini a sinistra e altrettanti per gli uomini a destra. Al centro, in modo da rendere più netta la separazione dei sessi, c’è una baracca con tettoia e tavolato adibita a vari usi: ufficio, ripostiglio, guardiola e persino “bettolino”. Qui, seduti comodamente sotto il porticato, è possibile ordinare piatti freddi preparati dall’arzdora del signor Luigi e gustare vino di pregiata qualità.
I casotti, «puliti» e «ben coperti» – come sottolineano i manifesti che invitano gli avventori a servirsi della struttura –, sono corredati di sgabello, attaccapanni, specchio e pettine; a richiesta vengono forniti costumi da bagno, asciugamani, accappatoi, poltroncine di vimini, ombrelli, passatempi per bambini e qualsiasi «accessorjo per la bisogna». La serietà dell’ambiente è garantita da una vigilanza attentissima e da un servizio molto accurato. I prezzi, naturalmente, sono «modici».
Lasciamo il Piccolo stabilimento dei Traj e con un gran balzo di anni in avanti prendiamo in considerazione il Norge, importante complesso balneare costruito nell’estate del 1926 alla sinistra della foce dell’Ausa, in una zona squallida – stando a Rimini la più bella spiaggia del mondo del 15 luglio 1926 –, sede per lungo tempo di un «agglomerato zingaresco di baracche». Edificato a spese del comune dalla società anonima Giunchi, lo Stabilimento bagni Norge è un capannone di legno formato da tre bracci a mo’ di ferro di cavallo con le antenne orientate verso la riva. Oltre al tradizionale servizio marino, con affitto di cabine, tende e sdrai, il Norge dispone di negozi e di attività commerciali: spaccio, barbieria, vendita di articoli da spiaggia, studio fotografico e bar con sala da ballo.
Nel maggio del 1931 un incendio distrugge buona parte del complesso (Corriere Padano, 30 maggio 1931). Riattivato, ma ridimensionato nella struttura, lo stabilimento dato in gestione dall’Azienda di soggiorno ai privati, continua a ripresentarsi ancora per qualche anno, nonostante molti – a detta del Corriere Padano del 20 maggio e del 24 giugno 1936 – lo considerino «uno sgradevole baraccone» dalle attrezzature «sorpassate» in uno dei punti più aristocratici del lido. Ricompare per l’ultima volta nel 1935.
Ed ora il Casanova. Molto originale nel formato, questo stabilimento balneare è eretto nell’estate del 1932 sulla spiaggia alla destra della foce dell’Ausa. Interamente di legno, si presenta come una graziosa «rotonda» con cabine per il bagno al piano terra; terrazza panoramica, ristorante e bar-concerto al primo piano e, in alto, una torretta con bandiera. Il simpatico «ritrovo», gestito da Aldo Martinini che ha voluto imprimergli il nome di “Casanova”, ha vita molto breve: a causa di uno spaventoso incendio, che lo trasforma in un mucchio di cenere, non riesce a terminare neanche la sua prima stagione.
Nella stessa zona del Casanova, leggermente arretrato rispetto alla riva, nel 1933 Martinini costruisce il Nettuno. L’opera ripropone vagamente la struttura della precedente sfortunata «rotonda», ma è più solida e grandiosa, perché tutta in muratura e cemento armato. Di questo stabilimento balneare ci occuperemo più avanti.

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