Il piano di Filippo Gorini al Ravenna Festival

RAVENNA. Il pianoforte torna al centro dell’omaggio che “Ravenna festival” ha programmato per il 250° anniversario della nascita del grande compositore: questa sera infatti, sul palcoscenico della Rocca Brancaleone (alle 21.30) salirà Filippo Gorini. Ovvero uno dei più promettenti pianisti della giovane generazione italiana: appena ventiquattrenne conta al suo attivo l’affermazione al Telekom Beethoven di Bonn, nel 2015, e pochi mesi fa l’assegnazione del prestigiosissimo Borletti-Buitoni Trust Award – è stata nientemeno che la grande Mitsuko Uchida a comunicarglielo. Non solo, da diversi anni, da quando ha avuto occasione di ascoltare la sua interpretazione delle Variazioni Diabelli, oggetto della prima incisione di Gorini, Alfred Brendel lo ha scelto tra i rarissimi cui dispensa consigli, mentore d’eccezione.
Gli anni più intensi
Dunque, non si può non registrare una progressione di carriera straordinaria: «Gli ultimi cinque sono stati gli anni più intensi della mia vita – racconta lo stesso Gorini – in cui all’improvviso mi sono trovato concertista e non più studente. Cambiano i ritmi: viaggi continui, repertorio da riprendere spesso velocemente e un senso costante di responsabilità maggiore. Tutto questo è magnifico, ma anche molto faticoso, però ho cercato di mantenere chiara la mia identità e la purezza del mio rapporto con la musica, curando i miei programmi e non accettando di suonare in condizioni dove non avrei potuto esprimermi al meglio».
Beethoven e Schubert
Quello che Gorini propone al pubblico del festival (anche a quello che vorrà seguirlo in streaming su ravennafestival.live) è una breve ma intensa incursione attraverso la mappa pianistica della Vienna di inizio Ottocento, perché a quello straordinario capolavoro che è l’ultima delle 32 sonate pianistiche di Beethoven, la Sonata in do minore op. 111, affianca la Sonata in sol maggiore op. 78 “Fantasia” di Franz Schubert, pubblicata proprio nel 1827, l’anno della morte del suo grande predecessore.
Due autori che, secondo lo stesso interprete, «nonostante la letteratura spesso li avvicini, sono fondamentalmente diversi: Beethoven ha una scrittura più esigente, da virtuoso, e crea architetture formali tese, logiche, serrate; mentre Schubert preferisce la distensione, il vagare sonnambulo su un crinale fra il mondo terreno e un mondo “altro”. Anche per questo se la musica di Beethoven è sempre concreta, quella di Schubert ci appare sempre inafferrabile».
Quindi, prima Schubert, con la Sonata che Schumann ebbe a definire come “la sua opera più perfetta di forma e di spirito”; poi Beethoven con quella che i più considerano come il suo testamento pianistico, dalla struttura rivoluzionaria, due soli lunghi inarrivabili movimenti che si contrappongono quali perfetti esempi di tesi e antitesi, rappresentando la più alta sintesi dello stile beethoveniano.
Susanna Venturi

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