FORLI’. Aprire le scuole è un dovere, ma lo è altrettanto garantire che non diventi un acceleratore d’infezione da Sars-Cov-2. Quali sono i rischi per bambini e adolescenti? A fare luce sugli scenari possibili nelle prossime settimane è il direttore dell’Unità operativa di Pediatria dell’ospedale di Forlì, Enrico Valletta.
Dottore, la riapertura di asili nido, materne, scuole primarie e secondarie, la preoccupa?
«È necessaria, l’istruzione è fondamentale per la crescita delle persone e il nostro Paese, ma è evidente che in primavera la chiusura delle scuole e il lockdown abbiano protetto i bambini dalla diffusione del contagio. Ora, come tutti, mi aspetto che il virus riprenda a circolare maggiormente e che colpisca quindi anche i più piccoli seppure in forma lieve. Una crescita dei casi è inevitabile, in quale misura Sars-Cov-2 si diffonderà, però, è impossibile prevederlo».
Nella fase acuta della pandemia, in quale misura sono stati contagiati i bambini?
«Sul totale della popolazione italiana della fascia pediatrica sono stati il 2%, quindi abbiamo assistito a una bassa incidenza. Si è trattato quasi sempre di una malattia contratta in forma lieve, che poche volte ha richiesto il ricovero».
Ci sono ora sul nostro territorio bimbi positivi?
«No, ci sono adolescenti e giovani-adulti, mentre la fascia pediatrica per ora è stata risparmiata, ma la sensazione è che assisteremo a una ripresa del coinvolgimento anche dei bimbi».


Tornare a scuola in sicurezza, quindi, non è possibile?
«È imprudente affermare che si stia lavorando a un ritorno in classe in totale sicurezza. Diciamo più correttamente che si cerca di farlo in forma relativa, ossia garantendo quanta più sicurezza possibile. I protocolli dell’Istituto superiore di Sanità validati dal Governo sono ragionevoli, ma di fatto sono solo una base di partenza, non possono regolamentare tutto quello che, effettivamente, potrebbe verificarsi».
Quanto distanti saranno teoria e realtà, le incute timore?
«No se ci saranno tre fattori. I primi sono flessibilità e capacità di adattamento, perché un conto è gestire pochi casi in una scuola, un altro è trovarsene davanti decine e decine. Il terzo fattore è la responsabilità individuale».
Intende quella delle famiglie?
«Certo. Non esiste scuola o Ministero che possa prevedere ogni problema e la sua soluzione. Nei primi mesi, soprattutto, occorre stare attenti a qualunque sintomo dei bambini ed evitare assolutamente di mandarli a scuola con la febbre a botte di aspirina. Lo dico pur consapevole delle difficoltà delle famiglie e del fatto che non va scambiata la febbre per Covid perché potrebbe non esserlo affatto».
I bambini hanno difese più deboli, si aspetta molti casi di influenza?
«Circoleranno molte infezioni virali e quasi tutte di tipologia diversa dalla Sars-Cov-2, al punto che avere febbre e non essere positivi sarà l’evento più probabile tra i più piccoli. Ciò nonostante, tutti devono lavorare in ragionevole tranquillità, perciò le famiglie siano caute».
Sarebbe giusto sottoporre gli Under 14 al vaccino anti-influenzale?
«No, la sua efficacia in quella fascia d’età è inferiore. La comunità scientifica è perplessa davanti all’appello a vaccinare tutti i bambini».
Altre divisioni ci sono in merito all’uso delle mascherine in classe: vanno portate?
«Leggo e sento dire di tutto al riguardo, per me dalle elementari in su serve, ma solo quando sia impossibile tenere i fanciulli a distanza. Sui banchi durante la lezione, se c’è il distanziamento, direi che non ha senso».

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