Il Pci emiliano-romagnolo fu una socialdemocrazia riformista

di Paolo Zaghini

La presentazione del volume “Storia del Pci in Emilia-Romagna. Welfare, lavoro, cultura, autonomie (1945-1991) a cura di Carlo De Maria (Bologna University Press, 2022) si tiene oggi nella Sala del Buonarrivo della Provincia di Rimini in corso d’Augusto, alle 16.30. De Maria avrà come suoi interlocutori Giuseppe Chicchi, Sergio Gambini ed Emma Petitti.

Carlo De Maria è professore associato di Storia contemporanea all’Università di Bologna, ed è il curatore delle tante iniziative messe in campo per il centenario della nascita del Partito comunista italiano nella nostra regione dalla rete delle Fondazioni democratiche in collaborazione con la rete degli Istituti storici della Resistenza, dell’Istituto Gramsci e dell’Udi.

Gli abbiamo fatto tre domande che anticipano i temi che saranno trattati nell’incontro odierno.

Nel libro si sostiene che il Partito comunista in Emilia-Romagna costruì un’esperienza di governo riformista, una sorta di “socialdemocrazia locale”. Che cosa significa?

«Una delle esperienze di amministrazione e governo del territorio più significative da questo punto di vista è quella fornita dal Partito comunista in Emilia-Romagna tra gli anni Sessanta e Ottanta. Il riferimento è volutamente al Pci emiliano-romagnolo, che rispetto al partito nazionale esprimeva peculiarità molto nette in materia di valorizzazione delle autonomie, di riflessione sulla forma-partito e di attitudine riformista».

Se ancora nel dopoguerra il Pci aveva un bagaglio culturale ben diverso dal riformismo, resta il fatto che in Emilia-Romagna i limiti del vecchio “bagaglio” comunista furono superati meglio che altrove aprendo la via, di fatto, a un modello di sviluppo socialdemocratico e riformista. Quale fu il periodo migliore di questo modello riformista emiliano-romagnolo?

«Il Pci in Emilia-Romagna visse il suo momento più intenso, dal punto di vista progettuale, in corrispondenza del regionalismo dei primi anni Settanta. Non è un caso che l’espressione «modello emiliano-romagnolo» entri pienamente nel dibattito pubblico proprio allora. Andava delineandosi una sorta di socialdemocrazia locale, dove l’attore principale non era lo Stato, come nel modello socialdemocratico classico, ma il sistema delle autonomie. Era un’idea di socialdemocrazia anti-centralistica, che puntava sulle autonomie locali, sulla piccola e media impresa industriale, sull’artigianato industriale e di servizio, sulla cooperazione».

Per quali ragioni si esaurì questa esperienza? E quali prospettive ha oggi la sinistra?

«Con la crisi e la fine del Pci, tra anni Ottanta e Novanta, si palesarono, sempre più nitidamente, una subalternità e un conformismo culturale della sinistra rispetto alle politiche economiche dominanti o, quantomeno, la mancanza di una sufficiente circolazione di idee a livello regionale e locale, mentre nel paese il liberismo surclassava l’idea di programmazione, accantonata come un ferro vecchio. Ancora a metà degli anni Novanta, tuttavia, le caratteristiche innovative del laboratorio emiliano-romagnolo venivano confermate dal fatto che fu proprio in questa regione a nascere, nell’ambito del centro-sinistra, l’esperienza dell’Ulivo. Un partito ha senso se al suo interno si discute e ci si confronta a tutti i livelli. Le primarie sono utili per incrementare la partecipazione, ma non bastano. Bisogna tornare a riflettere sulla “visione del mondo” che sta alla base delle proprie scelte politiche».

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