Il Patriarca di Venezia incontra i profughi veneti

Sabato 7 settembre 1918. L’interno della stazione ferroviaria di Rimini straripa di profughi veneti. Alcuni sono lì dalle prime ore del mattino. Fuori, sul piazzale stracolmo, continua ad arrivare gente. Sui volti della folla, atteggiati ad una dignitosa compostezza, è impresso il dramma della guerra in corso e la forzata lontananza da casa. Attendono silenziosi il patriarca di Venezia, cardinale Pietro La Fontaine (1860-1935): da lui aspettano solo una parola di conforto, un segno di speranza e di incoraggiamento. Il prelato, noto per la sua bontà d’animo, per l’aiuto che porge ai meno abbienti e per gli enormi sacrifici personali che si è imposto durante gli anni di guerra, gode della stima di tutti.

Il treno è in forte ritardo. Alle stazioni di Cattolica e Riccione le manifestazioni di affetto popolare per La Fontaine hanno rallentato la marcia del convoglio. Sono decine di migliaia gli sfollati lungo il litorale romagnolo; moltissimi i veneti, ma ci sono anche friulani e giuliani: hanno abbandonato le loro terre nell’ultima decade di ottobre del 1917 in seguito allo sfondamento delle linee italiane da parte degli austroungarici lungo la valle del fiume Isonzo.

Con questa violenta offensiva, che sarà ricordata come “la disfatta di Caporetto”, prese inizio una pagina di storia riminese e nazionale molto dolorosa e sofferta, poiché alla catastrofe militare si aggiunse quella sociale e umanitaria. Una moltitudine di popolazione veneta calò come una valanga sul litorale romagnolo e occupò tutte le ville e le casette vuote lungo la litoranea da Cesenatico a Cattolica. A mettere ordine ai rapporti di convivenza tra residenti, proprietari delle abitazioni e profughi intervennero le autorità civili del comune di Venezia con il loro trasferimento a Rimini.

Torniamo alla mattina del 7 settembre. Il convoglio ferroviario arriva verso mezzogiorno con due ore di ritardo. Ad accogliere il cardinale ci sono le autorità comunali di Venezia ed i rappresentanti delle associazioni assistenziali cittadine. Le persone, al passare del patriarca, si inginocchiano; molti piangono, qualcuno allunga la mano per toccarlo. Dalla stazione il porporato raggiunge in automobile il vescovado, dove è ospite di mons. Vincenzo Scozzoli.

La visita di La Fontaine dura quattro giorni, durante i quali dà udienza alle delegazioni delle municipalità di tutti i comuni che accolgono gli sfollati; ispeziona 42 opere di soccorso nelle comunità di Cattolica, Riccione, Viserba, Bellaria, Cesenatico; celebra sei funzioni religiose e pronuncia sette discorsi. A Rimini porta la sua parola e la sua benedizione all’ospedale civile e a quello diretto dalla Croce Rossa americana presso il Sanatorio comasco, dove sono ricoverati e curati un centinaio di profughi; inoltre si reca a visitare istituzioni, comitati di assistenza, asili d’infanzia, scuole e laboratori per sfollati.

Il momento più significativo della sosta di La Fontaine è la messa celebrata domenica mattina alle otto nella Chiesa Nuova di marina. Alla funzione partecipa tutta la colonia veneta; molti, non riuscendo ad entrare nel luogo di culto, si raccolgono in preghiera sul sagrato (Corriere Riminese, 8 settembre 1918). La chiesa, eretta alla fine del 1912, non è ancora ultimata: i lavori si sono interrotti a causa del conflitto. Non ci sono arredi, né decorazioni, né ornamenti. Ma proprio la desolazione del tempio allo stato grezzo dà risalto alla solennità del rito. Scriverà L’Ausa il 14 settembre 1918: «Nulla di più commovente del contrasto tra lo splendore della porpora che il patriarca indossa e lo squallore delle pareti e del pavimento della chiesa ancora in costruzione».

Solenne è anche la funzione religiosa officiata a Riccione. L’Ausa, che ci fornisce la testimonianza dell’evento, riferisce che il cardinale, «quantunque giungesse in forma privata», fu fatto oggetto, «all’ingresso della bella chiesa dei profughi», di un’insolita attestazione di stima: «ebbe gli onori militari da una schiera di soldati tutti veneziani, scelti a questo scopo dal comandante del presidio».

La Fontaine lascia Rimini nel pomeriggio di martedì 10 settembre. Alla stazione i veneziani gli rinnovano il tributo di affetto. Di lì a due mesi la guerra avrà termine e i profughi ritorneranno alle loro case. Prima di lasciare il litorale la colonia veneta di Rimini, riconoscente al sacro luogo che con tanto amore li ha accolti e tenuti uniti, scopre nella Chiesa Nuova di marina – che a partire dal 1919 con il titolo di “Santa Maria Auxilium Christianorum” sarà affidata ai padri salesiani – una lapide con i simboli di Venezia. Questo il testo a perenne ricordo dei tragici avvenimenti trascorsi e della venuta del patriarca di Venezia: IL 7 SETTEMBRE MCMXVIII / IN QUESTO TEMPIO / IL CARDINALE PIETRO LA FONTAINE / PATRIARCA DI VENEZIA / NEL VISITARE I FIGLI / PROFUGHI SU QUESTA SPIAGGIA ADRIATICA / ESALTAVA LA MISERICORDIA DIVINA / PIÙ GRANDE NELL’ORA DELLA TRIBOLAZIONE / CON PAROLA VIBRANTE DI AMORE / NE RITEMPRAVA LO SPIRITO / ALLA FORTEZZA CRISTIANA / ALLA FEDE NELLE SORTI DELLA PATRIA // RESE GRAZIE ALL’ALTISSIMO / QUI TANTE VOLTE FERVIDAMENTE INVOCATO / PER LA SALVEZZA LA VITTORIA D’ITALIA / I PROFUGHI DI VENEZIA NEL PRIMO NATALE DI PACE.

La lapide, collocata nel primo Natale di pace, verrà distrutta durante i lavori di ampliamento della chiesa nel 1960-62 e sarà ripristinata e rimessa al suo posto nel 2018, in occasione del centenario del suo collocamento per volere dei salesiani e con il contributo del Rotary Club Rimini.

Altre targhe commemorative, che ricordano i profughi e il Cardinale Pietro La Fontaine, si trovano a Riccione e a Viserba rispettivamente nelle chiese Mater Admirabilis e Santa Maria.

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