Il nuovo film di Yuri Ancarani: l’intervista

«Hai l’elica giusta per correre?». Viene da intenderla come domanda chiave, tra le scarne frasi proferite all’inizio, e per tutto il film, dai giovani protagonisti di Atlantide del ravennate Yuri Ancarani, che dopo l’anteprima alla Mostra del cinema di Venezia, dopo avere aperto il Filmmaker Festival di Milano ed essere passato con successo in altre prestigiose vetrine internazionali (dall’Olanda alla Spagna, all’Austria, nonché alla Festa del Cinema di Roma), arriva finalmente in sala. Questa sera alle 21 a Bologna, al cinema Jolly, come evento speciale per il pubblico di Pop Up Cinema, alla presenza del regista. Nelle altre sale italiane sarà invece in uscita il 22, 23 e 24 novembre. Il viaggio toccherà anche la Romagna e continuerà anche in seguito (già fissate date a dicembre a Reggio Emilia e Modena), distribuzione I Wonder Pictures.

Opera raffinata, che ibrida documentario e fiction (seppure non abbia senso soprattutto in questo caso fare ancora distinzioni), Atlantide racconta la vita di un gruppo di ragazzi e ragazze della laguna di Venezia. Ragazzi di vita, come Daniele – il principale protagonista – che vive di espedienti, ed è emarginato anche dal gruppo dei suoi coetanei. Hanno una cosa che li accomuna: il culto del barchino, piccolo motoscafo lagunare che sanno trasformare in pericolosi bolidi da competizione.

Yuri Ancarani, perché la scelta di costruire un film sui giovani puntando su Venezia e sui barchini, equivalenti dei più comuni scooter della terraferma?

«Questo film è vagamente autobiografico. Ho passato la mia adolescenza a Ravenna trovandovi la stessa situazione trovata a Venezia oggi. A Venezia gli adolescenti utilizzano il barchino come unica realtà possibile dove fare tutte le loro esperienze. Il film è incentrato sui rituali maschili per diventare adulti, un tema che tratto da ormai una decina anni».

Cosa c’è esattamente nel film di «vagamente autobiografico»?

«La periferia ravennate, dove sono cresciuto, non è tanto differente da quella veneziana di oggi. Alla mia epoca c’erano i motori elaborati, le gare di notte, si cercava sempre il limite. C’era il gruppo e c’erano gli emarginati del gruppo e regole molto dure che gli adulti non comprendevano. Come oggi. E questo film ricorda quanto sia importante elaborare i traumi adolescenziali, perché ce li portiamo dietro da adulti».

Perché ha scelto Venezia?

«Mi sono basato sui miei ricordi per rimanere in contatto con le mie esperienze, ma faccio un cinema internazionale e Venezia mi è sembrato il luogo giusto. Anche perché siamo convinti di conoscerla ma in verità non è così. Siamo contagiati da un immaginario che ci viene imposto. Gli adulti tendono a farti vedere la Venezia decisa da Hollywood: una città romantica… Mi hanno dato soddisfazione invece i feedback positivi avuti dai veneziani che hanno visto il film al Lido, perché riuscivano finalmente a riconoscere la loro Venezia».

Sin dall’inizio del film due elementi si impongono: la musica e la luce. L’incipit ad esempio ha una bellezza pittorica, una raffigurazione dell’adolescenza fatta con pennellate precise. Anche l’orientamento della luce, che sembra un’alba, appare significativa. Quanto contano questi due elementi?

«La luce è un elemento importantissimo di questo film, è uno dei protagonisti. Il film è diviso in due parti: giorno e notte. Perché siamo luce e ombra, bene e male. Anche la musica tende a creare un contrasto: c’è l’armonia, ma anche la trap, la musica istintiva dei ragazzi. Le musiche originali sono di Lorenzo Senni, romagnolo come me, e Francesco Fantini. E poi c’è la musica elettronica di Sick Luke, famosissimo tra i ventenni di oggi».

La sequenza finale sembra volere rovesciare lo sguardo…

«È la parte più importante del film: invita a guardare le cose da un altro punto di vista».

Dopo questo film che altro ci sarà?

«C’è un grosso progetto previsto per il 2023 che si terrà a Milano (al PAC) e a Bologna al MAMbo. Ci saranno tutti i miei lavori inclusi quelli di un nuovo percorso produttivo. Con Atlantide, del resto, ho chiuso un decennio legato alla ricerca antropologica sul comportamento maschile. Ora si passa ad altro».

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