Il nebbiolo secondo le regole di Mascarello

«Solo la memoria del passato può aprirci la strada del futuro». Per Mauro Mascarello queste parole rappresentano una strada dritta e lunghissima che gira, attraversa, interseca, circonda tutto il Barolo, quello più vero e sincero. Una strada che ha intrapreso tanti anni fa e che oggi, nonostante il tempo trascorso, non ha mai abbandonato, facendo ogni giorno un passo sempre avanti nel misterioso, ma affascinante mondo della vinificazione. Partiamo subito col dire che Mascarello fa rima con Nebbiolo, ossia quel vitigno che da tempo immemorabile è il simbolo più pregiato della viticoltura della Langa albese. Dalla spiccata personalità, il Nebbiolo è un vitigno intenso, dotato di grandi tannini vellutati e con possibilità di evoluzione e tenuta nel tempo davvero ineguagliabile. I componenti della famiglia Giuseppe Mascarello, nome icona del Barolo, si occupano di viticoltura da oltre un secolo e mezzo, dapprima come massari della marchesa Giulia Colbert Faletti di Barolo, nella conduzione della Cascina Manescotto in Comune di La Morra, quindi, verso la fine del 1800, in proprio. A iniziare fu il vignaiolo Giuseppe Mascarello nel Comune di Monforte d’Alba, acquistando un appezzamento in regione Pian della Polvere. Pochi anni dopo, il figlio Maurizio compra una cascina in regione “Monprivato” nel Comune di Castiglione Falletto, trasferendovi la propria attività.

Mauro, l’erede

«Dopo aver ricostruito i primi passi della mia famiglia – dice Mauro Mascarello –, è il momento di parlare delle mie esperienze. Dapprima ho affiancato mio padre per molti anni, poi, nel 1967 ho assunto la responsabilità della conduzione della cantina di Monchiero, facendomi carico in quell’anno della mia prima vinificazione. Dalla vendemmia 1968 alla vendemmia 1977 ho sperimentato diversi sistemi di vinificazione, più o meno lunghe o più brevi, differenti intensità di follature e di rimontaggi, con risultati non sempre soddisfacenti. Concluso il ciclo d’esperimenti, sono tornato alla vinificazione tradizionale lunga, apportando però dei sostanziali cambiamenti, come la riduzione dei tempi di macerazione, da 60 a 40 giorni». Nel 1979, alla morte dello zio Natale, Mauro acquista la sua parte, riunificando nella azienda agricola Giuseppe Mascarello e Figlio quanto era stato separato negli anni addietro. «Nel 1980 – racconta Mauro – assunsi infine la responsabilità diretta del vigneto Monprivato di famiglia, continuandone la conduzione con immutata filosofia». Al suo fianco, nella gestione dell’azienda ci sono la moglie Maria Teresa per la parte contabile-amministrativa e, non ancora a tempo pieno, il figlio Giuseppe.

La Filosofia

Per ottenere i migliori risultati, da decenni la famiglia Mascarello si è imposta una serie di regole e di auto-limitazioni, quali: potatura secca invernale molto corta; eliminazione primaverile dei grappoli non perfetti; diradamento estivo dell’uva in esubero; produzione di uva non superiore a 60/65 quintali per ettaro; raccolta manuale, con cernita e drastica pulizia effettuata già in vigna, eliminando, acino per acino, quelli non perfetti. Regole che sono la spina dorsale del modo di fare vino dei Mascarello, che altrettante se ne sono date per salvaguardare l’ambiente e il terreno che ospita i loro vigneti.

Il Monprivato

La famiglia ha in proprietà circa quindici ettari di vigneto tutti situati nella zona del Barolo. Tra questi c’è il celeberrimo vigneto Monprivato, posto nella cornice sublime del comune di Castiglione Falletto. Si tratta di un classico sorì di sei ettari posto in media collina, a 280 metri sul livello del mare, al centro della zona d’origine del Barolo. È un vigneto storico, come documentano antichi archivi catastali del 1666. Renato Ratti, grande studioso della storia della Langa albese, nel 1985 lo ha elencato tra gli undici vigneti storici di prima categoria della zona del Barolo. E la famiglia Mascarello dedica da sempre al Monprivato, con autentica passione e amore, le cure migliori e più attente in tutte le sue fasi produttive.

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