RIMINI. Andrea Dal Piaz è uno dei sopravvissuti. All’epoca aveva 36 anni. Ecco cosa ricorda.
Come era nata l’idea della traversata atlantica?
«Tutto era nato qualche anno prima durante una regata. Io e Daniele eravamo su uno Swan 51 e notammo come il Parsifal viaggiasse benissimo di poppa. Parlandone con l’equipaggio si disse che una barca con quelle caratteristiche sarebbe andata benissimo per navigare verso i Caraibi sospinta dall’aliseo. L’idea piacque molto all’armatore Giordano Rao Torres».
In che condizioni avvenne la partenza da Sanremo?
«Il primo novembre partimmo in condizioni tranquillissime. Il bollettino dava vento in aumento fino a 40-45 nodi con rinforzi sul settore occidentale della Corsica. Come tutti gli altri noi costeggiammo la costa francese e all’altezza di Marsiglia puntammo più in basso per passare sopra le Baleari. Quando vedemmo il mare che cresceva decidemmo di passare sotto».
Quella notte c’è chi registrò anche 70 nodi di vento. Voi che condizioni avete trovato?
«Da quel che ricordo non abbiamo mai avuto raffiche oltre i 45-50 nodi. Eravamo in condizioni nelle quali già altre volte ci eravamo trovati. Il vento era cresciuto durante tutta la giornata ma dal pomeriggio si era stabilizzato. Avevamo ridotto tutta la velatura lasciando un solo fiocchetto. Il cielo era sereno».
Chi era al timone quando è arrivata l’onda che ha distrutto l’osteriggio? Chi era in pozzetto?
«C’era Carlo Lazzari. Accanto a lui Mattia De Carolis. Io dormivo in una cabina a poppa»
Cosa ricordi?
«Fummo svegliati da una forte botta. Mi alzai dalla cuccetta e immersi il piede nell’acqua fino al polpaccio. D’istinto misi cerata e stivali. Salii di sopra e vidi che la zattera legata alla base dell’albero non c’era più. L’albero era spezzato. La vela era finita in acqua. Carletto pure. L’onda lo aveva strappato dal timone nonostante fosse legato! Lo abbiamo tirato a bordo e abbiamo iniziato a buttare fuori l’acqua con i secchi mentre qualcuno provava a coprire il buco che si era creato dopo che era saltato l’osteriggio. Ma l’acqua continuava ad entrare e questo succedeva anche da un gavone di poppa».
Quanto è durato questo lavoro?
«Non lo so di preciso, forse quattro o cinque minuti. Siamo andati avanti fino a quando abbiamo capito che la barca si stava inabissando. Abbiamo cercato di raccogliere qualcosa di galleggiante a cui aggrapparci ma ci siamo accorti che mancava Giordano. Era rimasto di sotto, forse svenuto dopo aver preso una botta in testa. Ezio è andato a prenderlo».
Come vi siete organizzati?
«Abbiamo raccolto un parabordo, un paio di taniche e le abbiamo legate».
E poi?
«Poi ci siamo detti che avevamo lanciato il segnale dell’Epirb e che qualcuno sarebbe venuto a prenderci. Non chiedetemi perché io, Giordano e Carlo ce l’abbiamo fatta e gli altri no. Ci sono una componente fisica e una mentale… Èl’insieme delle due cose. Uno alla volta li abbiamo persi. C’erano delle onde che ci passavano sopra e dopo non li vedevamo più…».
Era difficile respirare?
«Nel cavo dell’onda si respirava bene. Ma quando salivamo sulla cresta mi mettevo la mano davanti alla bocca per non respirare l’acqua. C’erano onde di 3-4 metri».
Pensavi di non farcela?
«L’unico momento in cui ho pensato che eravamo morti è stato quando ho visto che non c’era più la zattera. Dopo, in acqua, ero convinto che qualcuno sarebbe arrivato. Ogni tanto vedevamo in cielo una luce e dicevamo: ecco, ci vengono a salvare! Ma evidentemente erano aerei di linea… Ogni tanto mi arrivava qualche brivido di freddo ma la cosa più difficile da combattere era la sete».
E quando è arrivato il giorno?
«Eravamo rimasti in tre. Daniele era un po’ più in là ma se n’era già andato. Abbiamo continuato ad aspettare. Finalmente, a metà giornata, abbiamo visto un aereo volare basso. Ha lanciato un segnale, credo un fumogeno. Poi una zattera ma o non l’abbiamo vista o non si è aperta… Eravamo stanchi: ormai eravamo in acqua da quasi diciotto ore… Abbiamo visto arrivare una seconda zattera e stavolta siamo riusciti ad afferrare la cima galleggiante a essa agganciata. Abbiamo cominciato a tirare e poco alla volta l’abbiamo recuperata. Ma ci siamo anche accorti che Giordano era tutto aggrovigliato attorno alla cima. Dovevamo liberarlo. Per far questo Carlo ha staccato la cima dalla zattera ma eravamo troppo stanchi così io mi sono ritrovato da solo attaccato a una zattera rovesciata e loro due sono finiti lontano».
Cosa hai pensato in quel momento?
«Non sapevo cosa avrei potuto fare per loro. Volevo rovesciare la zattera per entrarci dentro ma non ce l’avrei mai fatta. Ho provato a salire sopra ma non ne avevo le forze. Non potevo far altro che restare attaccato. E sono rimasto così per non so quanto, forse mezz’ora. È arrivato un elicottero, da lì è sceso un soccorritore, mi ha agganciato e tirato su dove ho ritrovato Carlo e Giordano. Mi hanno tagliato i vestiti per mettermi addosso qualcosa che mi scaldasse. Fino ad allora ero sempre stato lucido. Di colpo ho sentito venir meno le forze e sono svenuto. In seguito scoprii che in quella notte in acqua persi otto chili! Avevo bruciato tutte le riserve!»
E ti sei risvegliato all’ospedale di Minorca…
«No. Mi sono risvegliato quando ci hanno caricato sull’ambulanza. Dei tre ero quello messo peggio. Prima di mettermi in camera con Carlo e Giordano sono stato in terapia intensiva. E anche quando ci hanno riportato a casa, a Rimini, sono dovuto restare in ospedale ancora un po’ perché avevo un principio di polmonite».
Ripensandoci oggi, cosa avresti fatto di diverso?
«Nulla. Ma forse la cosa più logica sarebbe stata quella di fermarsi all’Ile du Levant, a ridosso della costa francese, a farsi qualche giorno di vacanza».
Come è stato il ritorno alla vita normale? Hai avuto degli incubi?
«Ho sempre pensato e rivissuto quei momenti ma non ho avuto incubi. Ho cercato di tornare subito in mare. L’anno dopo alla Middle Sea Race ci siamo trovati con vento a 20-25 nodi e ho sentito di nuovo il rumore delle onde contro la barca. Mi è tornato in mente il Parsifal e quella notte non sono riuscito a dormire. Penso però che ad andare per mare si deve mettere nel conto che può succedere qualcosa così come per la montagna. Si può trattare di imprudenza ma anche di fatalità. Noi quella notte eravamo nel posto sbagliato al momento sbagliato perché quella è una zona dove le onde che si formano sono molto pericolose».
La tragedia del Parsifal ha fatto discutere molto. Il dibattito sulla sicurezza in mare è stato rilanciato.
«A noi saltò la zattera ma era stata messa proprio nel posto in cui le regole dicevano andasse posta. Oggi si mette a poppa o comunque in una zona più protetta. I giubbottini autogonfiabili sono diventati di uso comune. I bollettini meteo sono migliorati grazie ai modelli matematici che fanno elaborare più dati e in minor tempo…»
Cosa ti è rimasto di questa esperienza?
«Sembrerà strano, ma l’unica cosa che mi è rimasta è che devo tenere conto delle mie sensazioni. Prima di partire da Sanremo avevo avuto strane sensazioni nonostante io sia un tipo razionale. In due o tre occasioni mi ero trovato a pensare che questa regata non la dovevamo fare. E anche Daniele mi confidò la stessa cosa».
Hai più sentito questa sensazione?
«Sì. Mi è successo di annullare una trasferta di lavoro perché c’era brutto tempo e ho sentito la stessa sensazione di quella volta. In altri casi, con lo stesso tempo, sono andato tranquillamente».

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