Covid, il medico faentino: “Tre ore al giorno di certificati e burocrazia, tutto tempo sottratto alle cure”

RAVENNA – La pazienza è davvero finita: l’appello per il taglio della burocrazia covid firmato da oltre 200 giovani medici di medicina generale ha innescato un dibattito destinato ad ampliarsi con ulteriori adesioni e interventi. Daniele Morini, faentino, primo promotore dell’iniziativa sostenuta da numerosi colleghi di tutta la provincia e dell’intera Romagna, spiega che la battaglia è solo all’inizio e descrive una situazione di massimo sforzo per la categoria, stretta in una morsa di certificati e passaggi formali che nulla hanno a che vedere con la cura dei pazienti.

L’esplosione della variante Omicron ha contribuito non poco: «In due settimane mi sono trovato con più di 200 pazienti positivi contemporaneamente – racconta Morini – mentre con la Delta il picco era stato di 46. Significa che, dal 6 al 23 gennaio, 17 ore a settimana, 3 al giorno, sono andate via per la produzione di certificati Inps: tutto tempo sottratto alle cure». Insomma, una situazione che va avanti ormai da troppo tempo e che ha messo a dura prova le capacità di resistenza dei medici, anche perché intanto sta montando il malumore dei pazienti che, faticando a orientarsi nella selva burocratica, si sentono abbandonati e arrivano a minacciare denunce o assumere atteggiamenti apertamente conflittuali.

È in questo contesto che è stato elaborato l’appello pubblicato ieri, «un’iniziativa spontanea e trasversale – spiega Morini – maturata in seno a un gruppo su zoom dove mi ritrovavo a condividere le mie frustrazioni con alcuni colleghi». Ma l’idea di raccogliersi intorno a un testo condiviso non è stata la prima a balenare nella mente dei medici. A precederla, infatti, c’era stata un’opzione molto più radicale, vale a dire l’ipotesi, accarezzata da molti, di rassegnare dimissioni di massa: un grido d’allarme che non sarebbe sicuramente passato inosservato. Allo stesso modo era stato preso in considerazione anche un possibile sciopero, «ma in questa fase l’idea è stata rigettata – prosegue Morini – perché non ci sembrava una strada percorribile dal punto di vista deontologico».

È così che si è arrivati alla lettera, un punto di partenza «per uscire dall’invisibilità dei nostri ambulatori» e fare sentire la voce. E le voci che si sono levate, secondo Morini, questa volta non appartengono ai soliti noti. Il supporto delle sigle sindacali arriverà, ma a mobilitarsi per primi sono «principalmente i medici in formazione, i neoconvenzionati, anche di continuità assistenziale – sottolinea Morini – insomma chi rappresenta il futuro di questo mestiere e ha voglia di darsi da fare, con competenze nuove rispetto a vent’anni fa e la capacità di strutturarsi da subito, ad esempio attraverso ambulatori di patologia». Una fascia che, più di altre, ora deve anche fare i conti con lo sblocco del massimale dei pazienti, attivato lo scorso 1 gennaio: la mossa dell’Ausl, che ha portato diversi medici a ritrovarsi con 500 pazienti in più a testa nel giro di una manciata di settimane, è dettata dalla carenza di organico nel territorio romagnolo. Una settantina i medici che mancano per mantenere il giusto rapporto con la popolazione. E chi ne fa le spese? «Gli stessi medici, ma soprattutto gli assistiti, che poi si lamentano dei tempi di attesa – conclude Morini – . Dopo due anni di pandemia è incredibile che non si sia ancora andati verso una sburocratizzazione, è necessario progettare il futuro. Se invece andrà avanti così, il sistema sanitario territoriale presto non esisterà più e pagherà il cittadino».

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