Uno scatto di Corrado Preti

LUGO. Con la peculiare capacità di trasformare i volti in racconto, nel libro fotografico “In viaggio” Corrado Preti ha raccolto sue immagini scattate in «giro per il mondo durante l’ultimo mezzo secolo. L’epoca in cui – scrive nella prefazione il curatore Daniele Serafini – viaggiare e fotografare erano un’esperienza di vita e, talvolta, anche un’avventura».
Il volume, recentemente presentato alla Biblioteca Trisi di Lugo per la rassegna “La storia siamo noi”, presenta 48 scatti dal 1958 ai giorni nostri dell’ottantatreenne imprenditore e fotografo lughese. Per l’editore Danilo Montanari ‹‹la fotografia di Preti naviga con disinvoltura nella cultura del suo tempo, ne padroneggia gli stilemi, i riferimenti letterari, confrontandosi con i maestri che hanno fatto la storia di quest’arte››.
La sistemazione dell’archivio di Preti è un lavoro in fieri, destinato a essere digitalizzato e donato alla città, se si troverà un ente interessato a finanziare il lavoro di catalogazione.
Preti, com’è nata la sua passione per la fotografia?
‹‹Già da ragazzo sentivo il desiderio di possedere una macchina fotografica, era qualcosa di innato. A un certo punto ho potuto acquistare un’apparecchiatura d’occasione, ma mi sentivo isolato, perché non avevo amici che condividessero quella passione. Alla fine degli anni Sessanta, per fortuna, si è formato un gruppo abbastanza numeroso attorno alla Pro Loco di Lugo. Durante un viaggio in India, nel 1969 mi pare, scattai più di mille fotogrammi di cui una piccola parte confluì in una mostra personale allestita all’Auditorium che all’epoca ospitava concerti ed esposizioni d’arte››.
E quando ha sentito per la prima volta il desiderio di trasformare un viaggio in un racconto di vita?
‹‹Quando ne ho avuto l’opportunità, ho iniziato a viaggiare, a esplorare continenti, a osservare le diverse culture e i differenti stili di vita. Tutto questo mi ha arricchito, la fotografia è diventata il taccuino su cui registrare lo stupore che la scoperta di quei mondi produceva in me. Ero affascinato dall’architettura, dall’archeologia, dalle persone incontrate, soprattutto se le percepivo come “personaggi” da raccontare ai lettori››.
Quali incontri, quali scoperte le hanno rivelato qualcosa di veramente inaspettato?
‹‹La scoperta del sud Italia degli anni Sessanta mi ha colpito molto, con le sue sacche di povertà e di arretratezza, ma anche di umanità. Poi l’esperienza dell’Asia (India, Nepal, Tibet, Thailandia), del Sud America (Guatemala, Perù), realtà distanti anni luce dal mondo occidentale mezzo secolo fa, è risultata di forte impatto anche emotivo. Ma è stata l’Africa a lasciare il segno più profondo. Parlare di mal d’Africa non è un luogo comune, accade davvero››.
Si può definire questa anche come la storia di un tempo e di un mondo che non ci sono più, come ha sottolineato Daniele Serafini?
‹‹In gran parte sì. La globalizzazione ha cambiato molte cose, le differenze non sono più così marcate. È cambiato anche il modo di viaggiare nell’epoca del turismo di massa. Ai miei tempi il viaggio era anche un rito iniziatico che produceva una nuova consapevolezza, una rinnovata coscienza di sé››.
Che cosa ha appreso dai grandi maestri del Novecento fotografico?
‹‹Premesso che i miei modelli sono i fotoreporter e i grandi maestri come Cartier Bresson, credo di avere imparato fondamentalmente due cose: acuire la capacità di osservazione della realtà circostante e lavorare sui tempi lunghi nella preparazione degli scatti››.
A che punto è la sua intenzione di donare alla città il suo ingente archivio di immagini?
‹‹Nel corso del tempo avevo accumulato la bellezza di 80mila immagini che poi, per ragioni di spazio, ho dovuto ridurre a circa 10mila. Mi piacerebbe se ci fosse un ente interessato a valorizzare e digitalizzare tutto il mio repertorio››.

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