Il grave fatto di sangue di mercoledì 11 maggio 1921

Mite, cordiale, sempre pronto ad aiutare il prossimo, Carlo Bosi (1866-1921) arrivò a Rimini nel 1917, durante la guerra, in seguito alla “rotta di Caporetto”: maggiore medico dell’esercito aveva il compito di coordinare il servizio sanitario degli ospedali militari allestiti provvisoriamente nei sanatori del litorale. L’esperienza ospedaliera, con i feriti che provenivano dal fronte, gli dette la possibilità di apprezzare anche la gente del luogo e di innamorarsi della cittadina che lo accoglieva. A guerra finita decideva di acquistare una villetta sulla litoranea allo sbocco di viale Tripoli nei pressi della Chiesa Nuova, e di trasferirvi la famiglia: la moglie Teresa Ruggeri e il figlio diciassettenne Vittorio. Congedatosi dall’esercito, Carlo Bosi iniziava da civile ad esercitare la professione medica e, dato il suo carattere affabile, i pazienti non tardarono a presentarsi. Non a caso il quartiere del Traj, dove risedeva, era il più popoloso della marina ed anche in continua crescita. I residenti, però, erano gente umile e non sempre avevano i soldi per pagargli la visita. Ogni tanto al cancello dell’abitazione di Bosi si presentava qualcuno che si offriva per dei “lavoretti”: sistemazione del giardino, potatura delle piante, pulitura delle scale… Cortesie, intese a ricambiare le gentilezze ricevute.

Vicino alla villa del “dottore dei Traj” c’era l’oratorio di don Antonio Gavinelli, un salesiano con mille idee nella testa, ma senza un soldo in tasca. Il suo campetto era sempre pieno di giovani. Le ragazze, però, non vi erano ammesse: a quei tempi la separazione dei sessi era rigorosa. Il prete non sapeva dove e come accoglierle: per loro aveva in mente un istituto diretto dalle suore salesiane – lo realizzerà nel 1923 –, ma intanto? Bosi, che aveva molta simpatia per don Gavinelli, gli offrì il giardino e alcune stanze al piano terra della propria casa. E così, grazie all’amico medico, anche le bambine della parrocchia ebbero uno spazio – due pomeriggi alla settimana – per stare insieme, giocare e seguire le lezioni di catechismo. Il gesto aumentava la considerazione, già grande, della gente di marina verso il generoso sanitario.

Attratto dai paesi dell’entroterra riminese, Bosi era solito visitare in automobile le zone del circondario. Verucchio, San Leo, Scorticata e tutta la vallata del Marecchia erano le mete preferite delle sue escursioni. Mercoledì 11 maggio 1921, quattro giorni prima delle elezioni politiche, la gita era a San Marino. Con il medico e i suoi famigliari si erano aggregati anche alcuni conoscenti. La giornata era trascorsa serena; poi, nel pomeriggio verso le 18 e trenta, la comitiva riprendeva la via del ritorno.

Dietro ad una curva, tra Borgo e Serravalle, quattro individui sbucarono da una siepe e fermarono la macchina. Erano armati e con arroganza rivolsero strane domande: «Chi siete? Da dove venite? Dove siete diretti?». Alle parole seguirono attimi di tensione, dopodiché i quattro lasciarono partire l’automobile, ma appena questa iniziò a muoversi spararono alcuni colpi di rivoltella. Un proiettile colpiva il medico alla testa. Trasportato d’urgenza all’ospedale di Rimini, moriva dopo due giorni di atroci sofferenze (13 maggio 1921).

L’ignobile imboscata destava enorme impressione. La partecipazione al lutto fu unanime. Il governo sammarinese, la giunta comunale di Rimini – retta da Arturo Clari – e le organizzazioni politiche affissero manifesti di cordoglio. Negli uffici pubblici e sul balcone del Municipio fu esposta la bandiera abbrunata. L’Ausa, giornale cattolico, scrisse di «vigliacca aggressione»; Germinal, organo dei socialisti, pose l’accento sulla personalità di Bosi: «… si era accattivata la simpatia di ogni ordine di cittadini»; i “popolari” increduli del vile e immotivato agguato sostennero che «non aveva alcuna colpa»: «un uomo buono, altruista, caritatevole».

Non si riusciva a dare una spiegazione al delitto. L’unico elemento che forniva una plausibile ipotesi era una bandierina. Sulla macchina del «dottore dei Traj» sventolava un piccolo tricolore, simbolo di quella Patria che il maggiore medico aveva servito con tanta dedizione durante il conflitto europeo: un particolare sufficiente in quel periodo per affibbiare ad una persona un’etichetta politica. Il grave fatto di sangue esasperava l’odio tra le fazioni e dava il via, anche a Rimini, alla spirale della violenza.

Riproduzione riservata

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui