Il giovane Federico Fellini di Davide Bagnaresi

«Memorie inventate» ma vere. Ricordi fantasiosi ma reali. Luoghi immaginari ma vissuti. Quando si racconta la vita di Fellini non è semplice «distinguere la realtà dalla finzione». Perché, come scrive lo studioso Davide Bagnaresi nel suo libro Federico Fellini. Biografia dell’infanzia (Edizioni Sabinae, 2021), «Lo stesso regista non sempre è stato d’aiuto, contribuendo a generare confusione sulla sua vita, specie sul suo passato riminese». Bagnaresi ci ha provato e dopo una ricerca documentaristica durata due anni fra archivi e riviste d’epoca dove nessuno aveva messo mano prima, è riuscito a fornire un tassello utile alla ricostruzione della biografia storica del genio romagnolo. Il risultato è un libro che raccoglie documenti e svela fatti e curiosità sull’infanzia di un giovane che un giorno partì da Rimini per diventare Fellini. L’autore presenterà il volume oggi alle 18 al cinema Tiberio di Rimini durante un incontro al quale prenderanno parte Gianfranco Angelucci, scrittore e sceneggiatore, e Nicola Gambetti (presidente Rimini sparita). Il 22 ottobre Bagnaresi sarà anche alla Cineteca di Rimini ospite della rassegna “Fellini in stampa” dedicata ai libri sul maestro usciti nel 2020 e 2021.

Bagnaresi, il libro è il risultato di una ricerca sugli anni riminesi del regista, infanzia e adolescenza. Come è perché è nata questa sua curiosità?

«Tutto parte da un convegno al quale ho preso parte, “Fellini e il sacro” organizzato dall’Università Pontificia. Da allora sono successe due cose. La prima è che la storia di questo ragazzo sconosciuto mi ha subito conquistato e appassionato tanto da spingermi ad andare avanti e trovare alcuni tasselli mancanti. Scrivere una biografia è un po’ come comporre un puzzle, quando ne manca uno ci pensi anche la notte. Ecco, a proseguire la ricerca mi ha spinto questa passione anche perché in realtà, esaminando la documentazione sul periodo riminese, molti erano gli errori e le inesattezze che lo riguardavano. Il libro le corregge. Ho cominciato a scriverlo nei primi giorni del lockdown: mi ha aiutato a dare un senso a quel periodo anomalo».

Come ha fatto ad attingere ai documenti quando tutto era chiuso?

«Molto materiale lo avevo già e alle prime aperture sono fiondato alla Gambalunga».

Lei afferma che ogni autore licenzia il proprio libro sperando di fornire un tassello utile a qualsivoglia ricostruzione e che l’intenzione di questo volume non è da meno: raccontare l’unica parte rimasta in ombra nella biografia del regista. Qual è il tassello mancante che ha scoperto?

«Intanto esiste una monumentale biografia di Tullio Kezich che apre e chiude tutto su Fellini. Altri autori si sono concentrati sulle sfumature del genio: del maestro, insomma, potremmo parlare per secoli. Per quanto mi riguarda, esistevano già diverse informazioni sparse, anche in piccole riviste, che occorreva mettere insieme, collocarle meglio in un arco temporale. La ricerca negli archivi mi ha consentito di intervenire su alcune lacune relative alla biografia dell’infanzia, dal rinvenimento della casa nativa alle pagelle scolastiche che ho cercato nella polvere: ho anche sfogliato tutti i giornali dell’epoca, giorno per giorno, per scoprire dove compare il suo nome, dal 1920 al 1935. Per noi riminesi e per chi conosce la città, questo libro ha una valenza in più: permette di conoscere quel giovane Fellini che si muove in una Rimini degli anni 20 e 30 ormai scomparsa. Federico poteva essere un nostro parente, un nostro amico. Scoprirlo è come riscoprire il borgo di quegli anni».

E cosa emerge da quel passato?

«Conoscere Rimini con gli occhi del regista aiuta a capire meglio le sfumature dei suoi film. Ricostruire tra le pagine del libro la società riminese dove è cresciuto, l’ambiente scolastico frequentato, dall’“asilo dalle suore Cappellone” – immagine immortalata in Amarcord– al maestro elementare Giovanni Giovannini, significa interpretare meglio quei personaggi raccontati tra ricordi e finzione. Altri aspetti importanti che segnano la sua vita e filmografia sono la società rigida in cui cresce, la severità della famiglia, l’ambiente fascista e quello ecclesiastico. Ed è proprio per “evadere” da cotanta realtà che fin da ragazzino comincia a estraniarsi con la fantasia, il disegno, i burattini e i fumetti. Federico non è un bambino prodigio, ma ha una passione che lo differenzia dagli altri: il suo amore per i clown, il disegno e il teatro lo portano a crearsi un piccolo mondo fantasioso dove rifugiarsi. Mondo che quando va a Roma gli permette, pian piano, di sfondare nella regia. Ma non subito, come sappiamo».

Ha scoperto un dettaglio inedito o un aspetto poco approfondito?

«Ne ho trovati due. Il primo la casuale vicinanza della sua casa in via Gambalunga 48 allo scomparso teatro Politeama, che in quegli anni si specializza in spettacoli per bambini. Federico ha 6-8 anni quando in teatro va in scena il Circo equestre. Questa causalità mi fa pensare a chissà quanto abbia inciso sulla sua personalità e creatività. Il circo e i pupazzi sono arrivati da Fellini e non viceversa. Altro aspetto emerso è il lato umano e la sua grande generosità. Già all’epoca non dava valore al denaro e a differenza di altri, vedeva con occhi diversi anche i personaggi “bizzarri” del borgo, i cosiddetti ultimi che ha conosciuto e rappresentato in alcuni film, da Giudizie (Giudizio) a Musclein. Anche Amarcord viene introdotto da un senzatetto».

Di Fellini si dice fosse un grande bugiardo. Qual è la più grossa bugia che ha smascherato?

«Un gran bugiardo? Non saprei. Lui inventa cose realmente accadute, dà la sua versione, bugia o falsa verità chi lo sa, ma un fondo di realtà c’è sempre. In generale ha sempre voluto ricostruire la sua biografia: raccontava cose a Kezich e Kezich lo smascherava: Federico non è nato in un vagone di un treno in corsa e non è scappato da bambino con il Circo Pierino. Spesso a smentirlo era sua madre che puntualmente ai giornalisti che la intervistavano “correggeva” le dichiarazioni del figlio. Inesattezze, non bugie».

Chi conosce tutta la verità di Fellini?

«Il custode dei suoi segreti è stato Titta (l’avvocato Benzi morto nell’ottobre 2014 ndr), il primo e l’ultimo dei suoi amici».

Fellini e Rimini, rapporto controverso con tanti malintesi.

«Ha sofferto due cose: una profonda invidia dei riminesi per i traguardi raggiunti e l’opinione sbagliata che avevano di lui in merito al fatto di farsi vedere poco in città: quando rifiutava gli inviti tutti pensavano lo facesse perché si sentiva “sull’altare”; in realtà era introverso. Non amava la sua città? Ci ha fatto un film da Oscar. E poi c’è un aspetto di lui che dice molto del suo legame con Rimini».

Quale?

«Chi l’ha conosciuto mi ha raccontato che quando tornava in città si sedeva al tavola con gli amici e chiedeva loro di parlare in dialetto; voleva sapere come si pronunciavamo in riminese certe parole. C’è sempre stata in lui la volontà tornare, perché nonostante l’infanzia sia stata severa, probabilmente è stata positiva».

Quali sono allora a Rimini i luoghi felliniani degni di nota? Se dovesse accompagnare qualcuno sulle tracce del regista, dove lo porterebbe?

«Quando nel 1945 torna a Rimini trova un cumulo di macerie, un paesaggio lunare: quella Rimini dell’infanzia non c’è più. Ma se dovessi far conoscere a qualcuno la Rimini “felliniana”, lo porterei a vedere il borgo, il Corso e via Gambalunga, dove Fellini ha passato tanto tempo, e poi Piazza Tre Martiri, insomma tutte quelle strade del centro dove si trovavano le sue scuole, il suo bar, il suo cinema, la Chiesa dei Servi, il Liceo classico da lui frequentato… E poi il molo, dove andava a passeggiare e a pensare: chissà quante idee sono nate lungo la palata».

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