RIMINI. «Aitante e forte e pur sì umile e semplice». Così il primo agosto 1920 La Voce dei Giovani, “Organo dell’azione giovanile cattolica nella diocesi di Rimini”, ricorda Anacleto Ricci, l’eroico ragazzo di 16 anni morto in seguito alle ustioni riportate nell’incendio del Grand Hotel (si veda il Corriere Romagna del 7 luglio 2020).
Le parole del giornale non comunicano i soliti aggettivi di circostanza che si sprecano dinanzi a un atto di generosità finito in tragedia, definiscono in pieno le qualità del giovane. Le più evidenti.
Chi era
Anacleto Ricci abitava in via Isotta. Il padre, Giuseppe, era magazziniere al Consorzio agrario riminese; la madre, Lavinia Parlotti, casalinga. Due fratelli: Giambattista, primogenito, 25 anni, in attesa di occupazione; Maria Costanza, 11 anni. Una famiglia povera, ma stimata alle prese con la crisi economica del dopoguerra. Il solo, modesto stipendio del padre non sempre era sufficiente a sfamare cinque persone. In casa Ricci far studiare i figli era un lusso che andava oltre le oggettive possibilità.
Anacleto, però, a detta degli insegnanti, era portato per lo studio. E allora? Quali sacrifici non si fanno per un figlio! L’Istituto tecnico che frequentava con profitto rappresentava nelle aspirazioni del giovane una chance che gli avrebbe permesso, una volta diventato “ragioniere”, di aiutare concretamente la famiglia.
Uno sportivo
Anacleto dimostrava più dei suoi anni. Alto, robusto, forte. Un fisico adatto allo sport. Di tanto in tanto gareggiava per i colori della Società sportiva Libertas. Qualche risultato nell’atletica e nella ginnastica. Le prove di resistenza fisica lo esaltavano. Il prof. Balestri avrebbe voluto farne un vero atleta: gli chiedeva maggiore continuità negli allenamenti e una presenza più costante in palestra. Anacleto, però, non intendeva “perder tempo”. L’agonismo gli serviva per scaricare l’esuberanza che aveva in eccesso. Gli impegni erano tanti.
Frequentava la parrocchia di Sant’Agostino. Il parroco don Bartolomeo Fantini lo aveva in grande considerazione: era suo aiutante nelle funzioni e nel catechismo. Durante le passeggiate domenicali la sua presenza diventava preziosa: teneva allegra la comitiva. Aveva le doti del leader e gli amici lo seguivano. All’oratorio degli Artigianelli, in via Santa Chiara, animava i gruppi ricreativi; la fantasia non gli mancava. Al Circolo Contessi, nei locali dell’ex palazzo Castracane in corso d’Augusto, era di casa. L’Ausa, il 17 agosto 1920, lo descrive come «uno dei soci più attivi e più buoni».
I fatti
Sarà proprio il generoso e costante altruismo a essergli fatale. Quel pomeriggio del 14 luglio 1920 Anacleto è in spiaggia con il solito gruppetto. La solita combriccola di fedelissimi, tutti i giorni con lui, per la nuotata e per qualche momento di svago. Il fumo che esce dalla sommità del Grand Hotel desta la naturale curiosità degli adolescenti, che corrono per vedere da vicino l’incendio. Sul piazzale dello Stabilimento si è già radunata la folla degli “spettatori”. Passano i minuti. L’opera dei pompieri si dimostra impotente a placare l’irruenza del fuoco. Si teme il propagarsi dell’incendio e si chiede aiuto ai civili. Pochi rispondono alle sollecitazioni data la rischiosità dell’impresa. Anacleto si fa avanti. Scambiato per un adulto, è istruito a dovere ed è spedito all’ultimo piano dell’albergo. Lassù è infaticabile. Dice la cronaca: «Lavorò a lungo, febbrilmente, cogli altri volenterosi per isolare l’incendio trasportando le masserizie infiammabili».
Ma la tragedia è in agguato. Sotto il peso della cupola in fiamme, cede il soffitto della camera. Anacleto è travolto. Ustioni in tutto il corpo, specialmente nelle parti scoperte del busto: braccia, collo e viso.
Immediato il trasporto in ospedale. Tra i primi ad accorrere al capezzale del giovane, insieme con i genitori straziati dal dolore, è il canonico don Gaetano Baravelli, assistente ecclesiastico dell’Azione cattolica e anche suo insegnante di religione all’Istituto tecnico. Vuole portargli la sua voce amica; dovrà, invece, porgergli i conforti della fede.
La medicazione è lunghissima e dolorosa. L’agonia dura 23 ore. Uno strazio. Anacleto è sublime anche in questa estrema prova. «Diceva solo di avere un po’ caldo; sorrideva e parlava scherzosamente», annoterà don Baravelli su La Voce dei Giovani.
Martire del dovere
Alle 15 di giovedì 15 luglio, il silenzioso trapasso. I soci e i dirigenti del Circolo Contessi, che apprezzavano le qualità del ragazzo, non riescono a capacitarsi della scomparsa. «Eravamo così abituati a vederlo sempre in mezzo a noi…», scrivono sul loro periodico affranti dalla commozione.
«Martire del dovere». «Sublime esempio di cristiano eroismo». «Il suo nobile spirito di sacrificio è stato più forte del pericolo». La stampa esalta e nello stesso tempo piange l’olocausto del giovane e la città tutta si unisce nel cordoglio.

Il funerale, a spese del Municipio, ha luogo sabato in cattedrale. Alle 16 l’ufficio è celebrato da don Baravelli. La chiesa è stracolma. Presenti il vescovo Vincenzo Scozzoli, monsignor Ugo Maccolini e una larga rappresentanza del clero. Moltissime le autorità politiche, civili e militari e le rappresentanze delle scuole, delle associazioni, dei gruppi religiosi e laici.
Verso le 18 ha inizio il trasporto della salma al cimitero. Tutta Rimini si ferma per rendere l’estremo omaggio ad Anacleto. Il corteo funebre è lunghissimo. Dalle finestre delle abitazioni scende una fitta pioggia di fiori.
Oltre il ponte di Tiberio, nello slargo di San Giuliano, si tengono le orazioni funebri. Parlano Giovanni Mariotti per il Circolo Contessi; Corrado Montanari, per la Federazione giovanile cattolica; il regio commissario, dottor Ernesto Reale, per il Municipio; il presidente dell’Istituto tecnico professor Dal Lupo e don Gaetano Baravelli per l’Azione cattolica diocesana.
Il primo dicembre 1920 la Fondazione Carnegie conferisce la medaglia d’oro al valore civile alla memoria dell’eroico ragazzo.

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