Il fotografo Ray Banhoff alla Zamagni di Rimini: l’intervista

Ray Banhoff è un fotografo ormai da anni amante del provocatorio e dello “strambo”. Oggi sarà alla galleria Zamagni accompagnato da Lia Celi in occasione della presentazione della sua nuova raccolta di scatti della collana Luminous Phenomena (NFC Editore), un piccolo assaggio di un lavoro molto più grande, i suoi Viaggi per l’Italia. Esposizione in galleria dalle ore 18.

Ray Banhoff: questo nome d’arte da dove viene?

«Ha un significato un po’ simbolico, viene dal mio nickname dei primi social e mi è rimasto addosso. Quando ho iniziato a scrivere, un capo redattore mi disse che il mio nome vero, Gianluca Gliori, faceva schifo e di usare quello d’arte. Ho scoperto poi che usare uno pseudonimo per il lavoro mi dava una nuova identità, e dopo dieci anni ho capito pure che con il nome di famiglia non avrei mai potuto fare quello che faccio oggi, anche un po’ per vergogna e per i complessi che mi facevo quando ero più giovane».

I soggetti che sceglie per la sua ultima collezione di foto sono molto particolari. Dove nasce l’idea di cercare persone così?

«Prima di fare questo lavoro, per anni ho fotografato per strada: scatti rubati. Non avevo in mente soggetti in particolare. Quando ho deciso di interessarmi alle persone, di effettivamente raccontare dei soggetti e metterli in posa, le ho scelte in base al fatto che in qualche modo mi ci rivedevo. Ho scelto degli “strambi”, che mi incuriosivano. È stato quasi un trucco, un pretesto per andare a vedere chi era questa gente assurda. Poi quando ho esposto queste foto, in mezzo ho aggiunto santini, ceri finti, piccoli scritti, di tutto. Nel libro, vengono riprodotte a mo’ di quaderno».

Lei ha viaggiato in tutta Italia per conoscere gente. Come è stato il suo processo?

«Inizialmente qualcuno lo conoscevo di persona. Ma oggi più che mai ogni volta che incontro per strada una persona che mi interessa, la fermo e ci parlo, dicendogli subito che voglio fotografarla. Ho anche contattato e conosciuto gente attraverso i social: quelli che mi incuriosiscono me li segno e provo a contattarli. Questo lavoro, quando sarà finito, si chiamerà Viaggi per l’Italia. Quest’estate intraprenderò una specie di tour per tutto il Paese: mi farò ospitare da chi vorrà, e saranno loro a farmi conoscere personaggi da fotografare. Ormai mi chiamano anche gli sconosciuti, mi dicono di andare a conoscerli, e magari si trovano dall’altra parte d’Italia: se mi va prendo e parto. Spesso sono completamente pazzi ed è difficile convincerli, ma alla fine ci riesco».

C’è mai stato un momento in cui eri particolarmente nervoso di incontrare uno dei tuoi soggetti? Qualcuno di cui magari eri particolarmente un fan?

«A dir la verità, sono sempre un po’ nervoso prima di iniziare. Una volta sono andato a visitare il sosia di Venditti e quando me lo sono trovato davanti gli ho detto che ero emozionato come quando ho fotografato il Venditti vero. Per cinque anni ho lavorato come fotografo di radio (105, Virgin, Montecarlo) e tutti questi vip li ho fotografati e incontrati, ma sono ancora tesissimo. Per me non è facile, ma quando scatto poi mi libero».

Nel futuro ha un progetto ambito, o qualcosa (o qualcuno) in particolare che vuole fotografare?

«Ho sempre scritto e fotografato insieme, per me sono due cose che vanno di pari passo. Infatti, nell’ultimo anno mi sono dedicato alla mia newsletter, “Bengala”, a cui tengo tantissimo e che mando ogni sabato, dove parlo anche di fotografia, non solo la mia. Per ora vorrei chiudere i “Viaggi per l’Italia”: il libretto è solo uno spin-off della mia raccolta più grande, che ormai racchiude cinque anni dei miei giri. Poi vorrei provare a pubblicare i miei scritti e fotografie insieme, ancora non ho capito bene come. Quando ho iniziato questo lavoro non avrei mai pensato che sarebbe diventato così. Adesso ho tantissime cartelle sul computer piene di foto di queste persone, le metterò in mano a un editor per farmi aiutare».

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