Il forlivese Martino Chieffo presenta il suo primo disco

Uno stanzone in un vecchio casale, un fuoco acceso, amici che ascoltano chi canta accompagnandosi con la chitarra e poi a quei brani danno altro colore con i loro strumenti.

Martino Chieffo racconta così la genesi del suo primo cd, Parole leggere, prodotto al Crinale, nuovo spazio creativo fra Brisighella e Modigliana, e mixato da Franco Naddei e Roberto Villa allo studio L’amor mio non muore di Carpena. Parole leggere pubblicato il 3 dicembre è la sua prima creazione.

«Cantavo già le canzoni di mio padre, Claudio Chieffo. Ma arrivato a 47 anni ho sentito il bisogno di impegnarmi in qualcosa che fosse tutta mia. Poi, le influenze non si possono rinnegare, ma un amico musicista mi ha detto che nelle mie canzoni ci sono riferimenti classici, che sono anche nelle canzoni di mio padre, il vino, gli amici, la notte… Ma è come se avessi usato la stessa tavolozza di colori per poi dipingere un quadro tutto mio».

Nella sua storia di artista ci sono altri maestri.

«Devo ringraziare un altro “padre”, Giovanni Nadiani, che mi ha spronato alla scrittura. Ho messo in musica infatti un suo brano con la canzone “Sea song”, un omaggio, come con “Il viaggio” ho voluto fare omaggio a mio padre».

Sono queste le canzoni dell’album a cui è più legato?

« Il viaggio è incomparabile, penso che non potrò mai scrivere niente di simile, ma l’ho proposta a modo mio. Sono molto affezionato anche a Parole leggere, una sintesi del senso stesso dell’album, della necessità di trovare parole per raccontare tutto: anche il male, anche la fatica… ».

In “Parole leggere” testi e musica sono in equilibrio.

«Questa è musica suonata: nasce dalla mia voce, dalla chitarra che la accompagna. Poi viene arricchita dagli arrangiamenti dei professionisti che lavorano con me. A loro faccio sentire quello che ho pensato, mentre stiamo seduti insieme, in cerchio, magari davanti al camino e alla legna che scoppietta. È da questa atmosfera che nasce la canzone, proprio come succedeva un tempo quando in una casa arrivava il cantastorie e chi sapeva suonare gli andava dietro. A volte viene prima il testo, altre la melodia ed è successo anche che riscrivessi in italiano un brano elaborato in inglese perché altrimenti non avrebbe avuto tutta la potenza che volevo dargli».

Forse la domanda è un po’ scomoda: ma cosa comporta essere figli d’arte?

«Il segreto è slegarsi dal confronto, e non è semplice perché un padre visto per tutta la vita sul palco è un modello naturale. Io scrivo racconti e faccio fotografie, ma proporre canzoni è il linguaggio che ho masticato fin da piccolo per esprimere quello che avevo dentro. So che ci sono espressioni del viso, movimenti… che ricordano mio padre, ma questo è normale. Allo stesso tempo però siamo diversi, e rimarcare questa differenza è qualcosa che ha comportato fatica ma anche soddisfazione. E non mi cambierei con nessuno».

E il futuro?

«Aspettiamo che si possa tornare a suonare nei luoghi più adatti alle mie composizioni: spazi piccoli, raccolti, in cui si abbia voglia di ascoltare musica nuova».

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