Il femminicidio ha precise radici culturali: la mostra

Nel volume Le conseguenze. I femminicidi e lo sguardo di chi resta (Settenove edizioni) la giornalista e fotografa Stefania Prandi ha raccolto 13 storie di donne vittime della violenza di genere, e attraverso le parole di chi è sopravvissuto a violenze e delitti, il dopo costituito da processi e umiliazioni nei tribunali, spese legali, il vuoto lasciato dalle istituzioni e i risarcimenti che non arrivano. I ricordi rimasti dentro casa nelle foto appese alle pareti, negli armadi, nelle camere da letto.

Le immagini di questo significativo reportage, che ha richiesto all’affermata reporter milanese tre anni di ricerca tra il 2016 e il 2019, sono esposte ancora fino al 6 marzo a Palazzo Vecchio nel ricordo di Elisa Bravi, la 31enne di Glorie di Bagnacavallo uccisa dal marito nel dicembre 2019.

Prandi, perché sopravvivere al femminicidio ha significato così spesso combattere «contro l’invisibilità» per avere giustizia?

«A pagare le conseguenze di questi crimini sono anche madri, padri, figli, sorelle, fratelli. Di loro spesso non c’è eco nelle notizie di cronaca. Dopo avere incontrato i primi familiari di vittime di femminicidio ho capito che c’era un movimento, anche se non organizzato, di parenti che reagiscono al femminicidio delle proprie amate in modi che sfuggono alla narrazione mediatica e anche alle istituzioni. Sono persone che hanno subito un’ingiustizia atroce, insanabile, e che intraprendono battaglie quotidiane, piccole o grandi, a seconda dei casi. C’è chi scrive libri, chi organizza incontri nelle scuole, nelle piazze, chi lancia petizioni, chi partecipa a trasmissioni televisive, chi raccoglie fondi per iniziative di sensibilizzazione, chi fa attivismo online. Lo scopo è dimostrare che quanto si sono trovati a vivere non è dovuto né alla sfortuna né alla colpa di chi è stata uccisa, ma ha radici culturali ben precise».

«La narrazione mediatica, ha scritto, «spettacolarizza la violenza e la confina alla cronaca nera. Mi sono interrogata su quali potessero essere i modi più adatti per parlarne».

«Spesso quando si parla di femminicidi, nei giornali e in televisione, non si entra nel merito delle vere ragioni che causano l’uccisione di una donna in quanto donna. Il contesto viene raccontato come se le vittime “se la fossero cercata” oppure come se fossero state così idiote da non essere capaci di andarsene. Non viene detto che la maggior parte dei femminicidi avviene proprio quando le donne vogliono andarsene, quando cercano di interrompere la relazione. Avviene quella che viene chiamata vittimizzazione secondaria, cioè la donna descritta come vittima nel discorso pubblico e mediatico e di chi agisce attorno a lei, insistendo su tematiche che poco c’entrano con i fatti ma che incitano la morbosa volontà di sapere, tipica di certa pornografia del dolore della nostra società dello spettacolo. Nella narrazione mediatica, malgrado il gran rumore, si entra poco e male nel merito della violenza maschile contro le donne: ci sono dettagli macabri e la colpevolizzazione delle vittime».

Qual è stata l’importanza del lavoro politico dei centri antiviolenza e dei movimenti delle donne?

«Il loro lavoro è stato fondamentale. La parola femminicidio è utilizzata per indicare il genere della persona uccisa e il motivo dell’uccisione oppure della sparizione. Non si dice femminicidio per indicare una donna uccisa in una rapina. Il femminicidio avviene quando una donna si rifiutava di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne. Dire omicidio sarebbe parziale perché indicherebbe solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché. Il femminicidio accade quando l’assassino sente di non avere più potere e diventa una belva. Diventa un assassino perché non accetta che la donna, che considera di sua proprietà, si possa ribellare. È un accadimento che rientra in un fenomeno trasversale alle classi sociali e alle zone geografiche. Mentre il numero degli omicidi diminuisce, quello dei femminicidi in proporzione aumenta».

Perché, accanto a ciascuna testimonianza, ha pubblicato una lettera scritta dalle madri per le figlie scomparse?

«Questi scritti sono la voce diretta delle madri che riescono a esprimere, con estrema dignità e amore, la gravità della situazione in cui si trovano a vivere e allo stesso tempo la grandissima forza che hanno. Sono madri che si battono per sensibilizzare la società contro le cause della violenza contro le donne, che vogliono impedire che altre donne vengano uccise dai partner, dai mariti, dai compagni, dagli ex. Sono madri che danno un contributo fondamentale, spesso non riconosciuto dalle istituzioni, attraverso incontri nelle scuole, momenti di formazione, interventi sui media, iniziative nelle piazze, aiutando di persona donne in difficoltà».

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