Il favoloso inizio e il declino dell’Istituto Idroterapico

Il 30 ottobre 1930 Pietro Palloni, responsabile dell’amministrazione comunale riminese, mette la parola fine all’Istituto Idroterapico. «Il Podestà – si legge nella sentenza depositata agli Atti della Consulta comunale – espone, come da schema già predisposto di deliberazione, le ragioni sia d’ordine estetico che architettonico e di ubicazione, che consigliano l’abbattimento dell’ex Idroterapico a marina da parte dell’Azienda di cura, che lo ha in uso e s’impegna a sistemare convenientemente l’intera area che verrà in seguito a rimanere scoperta. La Consulta, a voti unanimi resi nei modi di legge, esprime parere favorevole». Un epilogo triste, ma doveroso, per un protagonista delle prime “stagioni dei bagni”.

Costruito a levante dello Stabilimento bagni dall’ingegnere Gaetano Urbani, l’Istituto Idroterapico è inaugurato nell’estate del 1876. Le sue attrezzature scientifiche e igienico-sanitarie lo classificano tra i più avanzati d’Europa. Diretto prima da Paolo Mantegazza (1831-1910), «brillante scrittore e valente e popolare igienista», poi da Augusto Murri (1841-1932), considerato il «principe dei clinici italiani», l’Istituto è per lungo tempo oggetto di ammirazione. La sua fama, che si basa sull’azione curativa delle acque e del clima marino, dà lustro alla città e a tutto il complesso balneare.

La idroterapia, scoperta e valorizzata nei primi decenni dell’Ottocento – perfezionata in seguito con l’apporto dalla talassoterapia –, esige un continuo e costoso aggiornamento delle strutture sanitarie. Opere di ammodernamento che l’Istituto riminese non esegue e per questa ragione, anno dopo anno, entra in una fase di decadimento sempre più rilevante e disdicevole.

Nel 1898 il dottor Giovanni Chizzola, affittuario e direttore dell’Idroterapico, fa di tutto per riportarlo agli antichi splendori: modifica internamente lo stabile; rende gli ambienti più spaziosi e luminosi arricchendoli di moderne apparecchiature mediche; rinnova le sale di polverizzazione, di inalazione, di massaggio, di ginnastica e di pronto soccorso; potenzia i gabinetti di elettroterapia, le vasche per i bagni russi «raffreddati e medicati» e le docce a «temperatura graduabile». La vita nuova del 9 luglio e del 6 agosto 1898, dopo aver illustrato tutte le migliorie apportate dalla nuova dirigenza, comunica che «sono state anche riattate le camere dei piani superiori che si affittano anche separatamente e sono stanze davvero deliziose e igieniche essendo poste all’estremo limite della spiaggia, così che l’aria, la quale entra in queste per le ampie finestre, ha prima baciato il mare e tirato con sé i principi ristoratori della salute». «Chi abita in queste camere – sostiene il periodico – fa una cura continua di respirazione di aria marina».

Chizzola, a detta de La vita nuova, «ha fatto le cose per bene»: oltre ad avere reso gli ambienti più idonei e funzionali alle cure cliniche li ha anche impreziositi di affreschi con opere del pittore Mariano Mancini, «riminese e noto anche fuori di Rimini per lavori pregevoli». L’artista, scrive il settimanale, «ha dipinto le pareti e i soffitti con buona arte e bell’effetto» ed è riuscito a dare un tocco di classe alla struttura.

Nel 1906 tutte le attività balneari – la cosiddetta “industria del forestiero” –, compreso l’Idroterapico, vengono gestite da un gruppo finanziario lombardo, denominato Società milanese alberghi ristoranti e affini (S.M.A.R.A.). I “meneghini” si dimostrano molto solerti e quell’estate la stampa riferisce che l’Istituto, nella nuova conduzione, è «frequentatissimo». L’affermazione è veritiera, ma è solo fuoco di paglia. Dopo poche stagioni, quando la terapia dei bagni e le cure marine diventano sempre più fenomeno di massa, la struttura entra in una fase di inesorabile declino. Da un trafiletto de La Riscossa del 9 luglio 1910 traspare la cruda realtà e cioè che questa istituzione sanitaria ha fatto il suo tempo e che non conviene più neanche aprirla. Con questo convincimento la sua attività procede a singhiozzi ancora per due stagioni (La Riscossa, 27 luglio 1912); poi, nell’estate del 1913, ormai superato dalle nuove proposte curative che provengono dalla scienza medica della talassoterapia, chiude.

Dopo la guerra del Quindici l’edificio è lasciato in uno stato di degrado vergognoso. Cronache azzurre il 20 agosto 1920 lo definisce addirittura «la fabbrica della muffa», tanto è vistoso il suo stato di abbandono. Nel 1926, ormai solo «un cumulo di rovine», l’ex Idroterapico ospita un Ufficio di pubblica sicurezza. Nel 1927, demolita «l’inservibile ciminiera» sul retro del fabbricato, con quattro pennellate di vernice all’esterno e qualche rattoppo all’interno «la sgangherata carcassa dell’Idroterapico» diviene l’Hotel des Bains. Questa nuova mansione si prolunga per quattro stagioni. Il 2 novembre 1930 entra in azione il piccone demolitore. L’eliminazione dell’Idroterapico e la sistemazione della sua area sono accolti dalla cittadinanza e dalla stampa con molto gradimento. Ariminum, splendida rivista culturale, nel gennaio-febbraio del 1931, plaude alla «grande piazza a mare del Kursaal allargata». Nel coro degli entusiasmi non c’è nessuno che senta il bisogno di spendere due righe per ricordare che con la eliminazione dell’Idroterapico se ne andava anche un pezzetto di storia riminese dell’Ottocento.

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