Nel 1983 nell’intervista fiume, pubblicata da Laterza, che Federico Fellini rilasciò al critico del Corriere della Sera Giovanni Grazzini dopo la realizzazione de “E la nave va” (suo quartultimo film), il regista rispondeva all’ultima domanda – Che cosa ti resta da dire in un prossimo film? – affermando che gli sarebbe piaciuto «far contente quelle persone, soprattutto donne» che alla fine di ogni film gli chiedevano «Ma perché lei non fa mai una bella storia d’amore?».

Non la fece neppure quella volta una storia d’amore. Il film successivo fu “Ginger e Fred”: Fellini tornava a dirigere la moglie Giulietta, e riportava sul set, dopo averne esaltato la bravura nei grandi successi degli anni Sessanta “La dolce vita” e “8½”, Marcello Mastroianni. Un ritratto di due ex artisti da vecchi. Il film sul mondo della televisione. Sul modo irruento, caotico, invadente, con cui era entrato nelle vite degli italiani dell’epoca.

Federico Fellini aveva già passato la sessantina, gli aveva già ricordato Grazzini nell’intervista dell’83. Era insomma entrato in quella fase della vita in cui «la vecchiaia ti afferra all’improvviso» osservò lui stesso in quell’occasione citando Simone De Beauvoir. Si mostrava come al solito all’apparenza restio a “raccontarsi” – «Che senso ha tutto questo scontatissimo rituale di domande e risposte?» – ma come era già successo in altre circostanze (si pensi alle interviste rilasciate a esempio al giornalista e amico Sergio Zavoli) si era prestato a una lunga confessione.

Lunga confessione

E una lunga confessione, una lunga intervista, è quella che rilascerà due anni dopo anche a Gideon Bachmann: fotografo, critico, giornalista, che gravitò nella sua cerchia sin dal finire degli anni ’50. “Now I will tell you, after all” è probabilmente l’ultima intervista di una certa rilevanza, la più accurata, la più lunga, rilasciata da Fellini in video negli ultimi anni di vita. Un montaggio di circa 45 minuti che è stato presentato per la prima volta ieri al festival “Il cinema ritrovato” di Bologna.

«Alla fine, ora ti racconterò», dice Fellini a Gideon Bachmann prima di iniziare questa preziosissima conversazione, ritrovata un paio di anni fa da Riccardo Costantini di Cinemazero durante il lavoro di catalogazione del nutrito archivio di documenti del Fondo Bachmann – foto, video, registrazioni audio – che fu acquisito dall’ex direttore di Cinemazero Andrea Crozzoli e da Piero Colussi.

Da New York a Roma

Alla fine Bachmann ce l’aveva fatta. La prima volta che aveva provato a intervistare Fellini era stato nel 1956, in una New York avvolta nella neve. Federico Fellini è in auto, nel traffico bloccato. È in città per la prima americana de “La strada”. Con lui siede il giornalista che lavorava per un programma radiofonico sul cinema: gli chiede una intervista. Fellini per rimandare gli propone: «Gideon, perché non vieni a Roma, e continuiamo l’intervista?». Bachmann partì per davvero. Si trasferì in Italia dove lavorò al fianco anche di Pier Paolo Pasolini, mentre del maestro riminese iniziò a documentarne il lavoro a partire da “8½”. Nel 1985 sono dunque oltre vent’anni anni che sta alle calcagna di Fellini: che lo filma, che ne registra i momenti privati, fotografa, scrive. Al maestro riminese Bachmann dedicherà due documentari preziosissimi, “Fellinikon” e “Ciao, Federico!”. Ma l’intervista verrà sempre rimandata, per un motivo o per un altro. Fino al 1985, sul set di “Ginger e Fred”.

I film che ho fatto

Incalzato dalle domande dell’intervistatore, Fellini parlerà molto del processo creativo: «I film che ho fatto mi sembra che erano già lì ad aspettarmi… l’espressione creativa in qualunque forma si racconti ha sempre questo rapporto con la parte femminile, oscura, di te stesso e che qualche volta può essere rappresentato da una vera donna».

«Si avverte che tra i due c’è una profonda conoscenza» osserva Riccardo Costantini, che ieri ha presentato il documento al “Cinema ritrovato”. «Un altro aspetto importante – continua – è che Bachmann ha la fortuna, essendo diventato amico di Fellini, di filmarlo e intervistarlo mentre lui sta ancora lavorando a un proprio film, di fargli esprimere pensieri prima che il film sia finito».

Come un tuffatore

All’epoca di “Ginger e Fred”, è già un Fellini malinconico quello che parla di se stesso e di cinema, afflitto dalle crescenti difficoltà produttive, e che lamenta la «lunga attesa in una zona di parcheggio», prima «che i produttori combinino la piattaforma economico-finanziaria nella maniera per loro più gotta, più golosa». Paragona la propria situazione, la situazione del regista, a quella di «un tuffatore che stesse su un trampolino pronto per fare il tuffo… (ma) alla fine non è più un tuffo, è uno che si precipita giù per farla finita». Eppure, la magia alla fine accade ugualmente e «quando entri in teatro c’è la troupe, c’è l’equipaggio, la ciurma, e io subisco romanticamente il fascino del palcoscenico, del teatro, del burattinaio e la cosa diventa improvvisamente gradevole: quella è la mia vita, in quella mi riconosco».

News

Sarà presentata in ottobre al “Festival di Roma” il cortometraggio “Fellinette” che Federica Fabbri Fellini, nipote del regista riminese, ha voluto realizzare in occasione del centenario partendo da un disegno che le lasciò lo zio. Realizzato in tecnica mista, animazione e live action, vede la partecipazione degli attori Milena Vukotic, Ivano Marescotti, Sergio Bustric, la fotografia a firma di Blasco Giurato, già operatore alla macchina de “I clown”, e le musiche di Andrea Guerra. La produzione è di Meclimone, società riminese fondata da Davide Montecchi ed Elisa Giardini.

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