Il direttore di Psichiatria e le ferite del Covid: “I nostri ragazzi, tra ansia e depressione”

Le ricadute psicologiche della pandemia colpiscono duramente soprattutto le fasce della popolazione più giovani, mentre si nota un incremento di problemi sia psicologici che psichiatrici. A spiegare quali sono i fattori che concorrono a questa situazione è il dottor Riccardo Sabatelli, direttore della riabilitazione psichiatrica di Rimini.

Dottor Sabatelli, dopo la pandemia da Covid-19 ci troveremo ad affrontare una “pandemia” che colpisce la salute mentale?

«L’epidemia delle problematiche psichiche, che siano “solo” psicologiche o anche psichiatriche, è ancora tutto da vedere. Paradossalmente durante il lockdown abbiamo visto una ridotta richiesta, per certi versi abbiamo visto un abbassamento di aspetti di criticità: la vita si era fermata per tutti».

Adesso invece?

«Emergono condizioni di marginalità e isolamento. Notiziamo un incremento di richieste anche per gli aspetti psichiatrici. Le richieste più comuni riguardano disturbi d’ansia e depressione. Dobbiamo pensare che molte persone sono state colpite anche sul piano economico dalla pandemia, con un cambiamento della propria condizione sociale».

Chi, secondo lei, subisce maggiormente le conseguenze psicologiche della pandemia?

«Penso siano le fasce giovanili della popolazione. La didattica a distanza ha reso possibile il mantenimento di un certo livello sul piano delle conoscenze, ma non su quello della socialità. Anche ora molti di loro continuano a rimanere in casa e a preferire il mezzo informatico piuttosto che il contatto sociale. A volte si creano situazioni di isolamento, in cui ad esempio si vive il videogioco come una realtà alternativa, invece che come una forma di intrattenimento».

I fenomeni che emergono in questo momento sono situazione inedite?

«No, si tratta di un’accentuazione, sia qualitativa che quantitativa, di fenomeni già noti. Un po’ tutte le patologie hanno avuto un incremento, soprattutto nelle fasce più giovani».

Proprio per i più giovani si sta pensando di istituire servizi appositi o di offrire sedute psicologiche gratuite. Che cosa ne pensa?

«Difficilmente le persone molto giovani vanno dallo psicologo. Esiste ancora uno stigma, un problema culturale, l’idea che chi va da uno psicologo sia “un matto”. Anche agli sportelli psicologici delle scuole si rivolgono ragazzi che già sono in grande difficoltà. Penso che sarebbe meglio metterli in relazione con operatori che si pongano più da loro pari, piuttosto che con un intento già clinico. Credo si debbano incrementare gli spazi di socializzazione e lì intercettare i ragazzi che possono avere bisogno».

I più grandi invece si sono confrontati con il passaggio dal lavoro in presenza allo smart working e poi viceversa. Questa situazione in che modo ha inciso?

«La maggiore influenza l’ha avuta la prima parte. Il privato, con l’arrivo dello smart working, non era più tale. Il lavoro è entrato in casa e viceversa, gli ambiti non erano più separati e si sono confusi i livelli. La riattivazione della mobilità invece è stata accolta con grande favore. Il luogo di lavoro è anche luogo in cui si intrecciano relazioni con persone che condividono con noi almeno la stessa situazione lavorativa».

Chi invece già ricorreva a cure psichiatriche prima della pandemia, come ha affrontato questo momento?

«I servizi si sono molto attrezzati, sperimentando in maniera innovativa con la telemedicina o incrementando le attività domiciliari per evitare che le persone si muovessero. Il problema è che spesso le persone con problemi psichiatrici hanno un basso livello di cultura informatica o hanno un basso reddito, che non permette di avere strumentazioni o connessioni adatte. Questo ci ha mostrato quanto bisogno c’è di fare tanti passi sull’informatizzazione».

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