Il cuore che non funziona: l’insufficienza mitralica

Fatica a respirare, affanno nel salire le scale, facile affaticamento e difficoltà a svolgere delle semplici azioni che poco tempo prima non richiedevano un grande impegno: sono questi i sintomi più evidenti dell’insufficienza mitralica, una delle patologie più comuni che colpisce il cuore e che consiste nella perdita della capacità da parte della valvola di governare il flusso sanguigno: «Il cuore è un muscolo a forma di coppa che dopo aver ricevuto il sangue ossigenato dai polmoni, contraendosi, lo spinge in circolo in tutto il corpo – spiega il professor Carlo Savini, il nuovo responsabile dell’U.O. di Cardiochirurgia di Maria Cecilia Hospital di Cotignola (RA), ospedale di Alta Specialità accreditato con il SSN -. Le quattro valvole, tra cui quella mitralica, servono proprio a regolare il flusso in maniera unidirezionale e progressiva. Se i lembi della valvola non chiudono bene, il sangue torna verso i polmoni, congestionandoli, e facendo arrivare meno ossigeno a tutti i tessuti dell’organismo, compreso il cervello».

L’insufficienza mitralica può essere lieve (se c’è poca perdita di sangue), moderata, severa o severissima: «Il volume di sangue rigurgitante fa anche alzare la pressione sanguigna – continua il professore – e deteriora il muscolo del cuore e i polmoni, essenziali nell’autoregolazione del nostro organismo. Essi sono, infatti, programmati a non farci percepire il problema per molto tempo, il cuore in particolar modo, si adatta muscolarmente alla nuova condizione. Ciò fa sì che il passaggio della malattia verso livelli di severità maggiore sia graduale e che avvenga senza accorgersene, proprio per questo è molto importante la prevenzione».

La prevenzione

Bisogna intercettare l’insufficienza mitralica prima che la situazione si verifichi o si complichi ulteriormente: «L’esame diagnostico per accertare questa patologia è l’ecocardiogramma e i primi controlli si fanno già in età adolescenziale, specie quando si pratica un’attività sportiva. Se sono presenti alcuni campanelli d’allarme, come una certa familiarità e/o un soffio cardiaco, è bene procedere con gli accertamenti ogni uno/due anni. Anche dopo i 60 anni è bene aumentare la frequenza dei controlli.».

L’insufficienza mitralica è una patologia che colpisce in egual misura entrambi i sessi e che non dipende da cause metaboliche, ma è legata a fattori quali lassità o deterioramento dei tessuti.

L’intervento

Quando la patologia diventa severa si deve procedere con l’intervento. «Esistono varie soluzioni, noi privilegiamo un intervento di riparazione valvolare con approccio mininvasivo (attraverso l’areola del capezzolo nell’uomo e a tre centimetri e mezzo sotto il seno destro nella donna). Si introduce uno strumento dotato di telecamera all’interno del cuore e si utilizza la macchina cuore-polmone per la circolazione extracorporea, che consente di mettere a riposo il muscolo cardiaco durante la fase operatoria».

Se l’aspettativa di vita di un uomo di 50 anni in condizioni normali è quella di raggiungere gli 82/83 anni, quando è presente un’insufficienza mitralica severa non curata, l’aspettativa di vita si abbassa drasticamente fino a 60/65. Inoltre, se la condizione è grave, la persona non è più in grado di svolgere le normali attività e si trova a trascorrere la propria quotidianità tra il letto e il divano. Se invece si interviene tempestivamente, è stato dimostrato, che la persona recupera anche in termini di qualità della vita.

Le alternative

Ma non tutti i pazienti, soprattutto quelli anziani o con altre patologie che riguardano polmoni, reni e fegato, possono affrontare quel tipo di intervento: «Una soluzione alternativa consiste nell’inserire, attraverso la vena femorale, un catetere che raggiunge la valvola mitralica bloccandone in parte i lembi con l’ausilio di una clip, con l’obiettivo di diminuire la portata del rigurgito di sangue tra ventricolo sinistro e atrio sinistro. Le attuali linee guida dei percorsi cardiologici e cardiochirurgici richiedono che i pazienti affetti da patologia della mitrale vengano riferiti in centri ad alta esperienza per la chirurgia riparativa mitralica come nel caso di Maria Cecilia Hospital. Questi centri devono rispondere a precisi requisiti di performance tra cui: alta probabilità di riparazione (>98%) e bassi tassi di mortalità/complicanze (<1%). La diffusione di questo approccio conservativo è data dalla volontà di preservare, laddove possibile, la valvola nativa, in quanto è ampiamente dimostrato, dal punto di vista scientifico, che la riparazione della valvola mitrale ha un impatto prognostico significativamente più favorevole nei confronti dell’aspettativa e della qualità di vita del paziente rispetto alla sostituzione protesica».

Dietro a un intervento di questo tipo c’è un team di professionisti che comprende cardiologi clinici, cardiologi inteventisti, elettrofisiologi, cardiochirurghi e non solo: «Si tratta di un lavoro di équipe che è in grado di affrontare le potenziali situazioni di emergenza-urgenza che si presentano ogni giorno, considerando che i problemi cardiaci sono i più frequenti dopo le patologie oncologiche. Per far ciò serve una mente aperta e credo che le esperienze pregresse di ognuno siano un valore aggiunto nell’affrontare casi sempre più complessi, individuando il trattamento più adeguato per il singolo paziente».

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