Il costo del coronavirus: l’Ausl ha speso 25 milioni in 45 giorni

Venticinque milioni di euro in un mese e mezzo di emergenza coronavirus. Il primo resoconto dei costi sostenuti dall’Ausl Romagna dal primo marzo al 13 aprile è un bilancio pesante: per sostenere le spese dell’emergenza sono stati spesi circa 570mila euro al giorno. Si tratta delle cosiddette “spese vive” a cui vanno aggiunti naturalmente i costi di sistema, come ad esempio gli straordinari del personale. In circa 150 pagine l’azienda sanitaria romagnola mette l’una sull’altra tutti gli oneri, anche i più piccoli, sostenuti in questo frangente straordinario: medicine, arredi per i reparti, macchinari come i ventilatori polmonari. Tutto sarà poi girato al governo che ha istituito un fondo di emergenza apposito. Qualche dato: reclutare i medici di continuità assistenziale che curano a casa i malati Covid (le squadre Usca) è costato circa 290mila euro. Per i servizi di ristorazione nei reparti Covid sono stati impiegati 48mila euro. I servizi di pulizia hanno richiesto finora una spesa di circa 150mila euro. Gli alberghi che ospitano i malati Covid fanno i prezzi migliori possibili ma prenotare diverse stanze per due mesi costa decine di migliaia di euro.

E i test? Tre diversi lotti di tamponi nasofaringei sono costati 6.759 euro per un totale di 51mila unità. Fanno 13 centesimi l’uno, o poco più. Ma attenzione, perché servono i reagenti che costano, eccome: lotti da 128 kit arrivano oltre i 186mila euro. A cui aggiungere, naturalmente, spese di trasporto e di analisi. Il monitoraggio Ausl è anche una buona chiave di lettura per capire le difficoltà del reperimento di materiali in questo particolare frangente. Le mascherine sono, ancora una volta, protagoniste.

A scorrere la lista degli acquisti Ausl si nota come inizialmente le mascherine costassero poco ma, soprattutto, arrivassero a destinazione. Per un lotto da 20mila appena 439 euro. Due centesimi l’una, tutte consegnate. Alla stessa azienda sono stati fatti poi altri ordini: stesso prezzo unitario ma, al 6 aprile, le mascherine risultavano ancora in consegna. Un milione di pezzi in tutti che l’Ausl non ha visto arrivare. Così come non sono mai arrivati diversi lotti di mascherine chirurgiche o FFP2. Andando avanti con l’emergenza trovarne a pochi centesimi è diventato impossibile e il prezzo di mercato delle mascherine chirurgiche è arrivato ad un euro l’una. Nel frattempo si sono accumulate fino a diventare centinaia di migliaia le mascherine ordinate e mai arrivate, anche se pagate in anticipo. Troppe le difficoltà della situazione mondiale dei trasporti e delle importazioni che costringono i fornitori a non portare a termine la commessa, per cause di forza maggiore, ed a restituire il prezzo anticipato.

Nella sua relazione la direzione aziendale per quanto riguarda le mascherine rileva «mancate o insufficienti consegne» anche in presenza di più ordini nei confronti di quelli che sono i tradizionali fornitori. Il mercato internazionale è sempre più chiuso all’esportazione ma è necessario salvaguardare operatori sanitari e pazienti. L’impossibilità di approvvigionamento attraverso i rapporto pregressi ha spinto l’Ausl, per evitare «rotture di stock rispetto alle necessità giornaliere» ad interpellare operatori economici esperti nell’import export dai paesi asiatici, «unici Stati ancora in grado di produrre dispositivi id protezione per fronteggiare la pandemia da Covid-19 in quantitativi adeguati a soddisfare le esigenze a livello mondiale, in attesa della riconversione delle imprese del territorio local

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