di Paolo Cananzi

Ecco. Come ogni fine estate è arrivata la notte in cui DEVO rivedere “Lo Squalo” di Spielberg. Be’, cosa sono quelle facce? Ragazzi, ognuno ha le sue, e tra le mie mille manie questa de “Lo Squalo” è la più riferibile e quella che meno assomiglia a un vero disturbo psichico grave.

Quante volte l’avrò visto? La prima volta è stata al Fulgor. Mia mamma mi ci aveva portato per il mio dodicesimo compleanno: ci sono domande sui metodi pedagogici di mia madre?

Dal canto suo “Lo Squalo”, che di anni ne ha quarantacinque, non mostra una sola carie sui suoi numerosissimi denti aguzzi. E la quarantacinquesima visione di questa notte mi ha portato una nuova Rivelazione.

Sì perché, come tutte le sceneggiature da manuale, quella di “Jaws” continua a sussurrarci ogni volta qualcosa di diverso, di strettamente correlato alle nostre vite e/o connesso al contesto storico, che è molto cambiato durante i vari riversamenti dalla pellicola alla prima videocassetta, fino all’ultimo Blu-ray 4k.

Certo, è un thriller e come tale si attaglia perfettamente a qualsiasi situazione di minaccia e pericolo. Sì, ho capito, rispecchia l’archetipo della paura dell’ignoto. Ma mai, dico mai, “Lo Squalo” è stato tanto attuale, contemporaneo, sincronico. Ora, che ci nutriamo di serie ambientate in un futuro distopico, “Lo Squalo” ci parla, e dal passato, di un presente merdoso. Provate a riguardarlo ora.

La storia

La placida vita di una comunità isolana viene sconvolta dalla comparsa di una minaccia occulta e silenziosa. Succede che una ragazza va a fare un bagno nell’oceano, il quale la restituisce in pezzi. Un Medico individua le cause della morte nel titolo del film e il nuovo Sceriffo, giudicato perfettamente adatto all’incarico su un’isola in quanto atterrito dall’acqua, vorrebbe chiudere tutte le spiagge. Il Sindaco, preoccupato degli effetti sull’economia della cittadina, minimizza e convince il Medico a fare altrettanto, imponendo di reintitolare il film in modo meno allarmistico e, diciamolo, meno seducente: “L’elica del motoscafo”. Ma quando ci scappa un altro morto la storia dell’elica non regge più e protagonista della pellicola si conferma quello il cui nome campeggerà sul manifesto definitivo.

Appena viene promessa una ricompensa per chi riesca a catturarlo, tutti cominciano a dire la propria, pur non avendone qualifica, e a dargli la caccia pur non avendone le competenze. E infatti uno squalo viene catturato, ma qualcuno fa notare che manca ancora un’ora e mezza ai titoli di coda: è lo squalo sbagliato. In realtà non lo si capisce subito, perché il sindaco emette un’ordinanza che vieta l’apertura delle pance dei pescecani per questioni di buongusto. Così vengono chiamati un cacciatore professionista e un biologo marino, che hanno approccio e motivazioni radicalmente diverse al problema: uno è lì per soldi, vanità e boria, l’altro per studio, curiosità e passione.

A questo punto il Biologo ittico, il Cacciatore di squali e lo Sceriffo idrorepellente partono alla caccia dell’animale. Tra lenze, arpioni, gabbie metalliche e schioppettate, il primo nome in cartellone gli sfascia la barca e si mangia il cacciatore professionista con la boria e tutto. Alla fine lo Sceriffo gli ficca una bombola d’ossigeno tra le fauci (“jaws”), la centra con un colpo di carabina e lo squalo esplode in mille sashimi.

La nemesi

Avete già capito, vero?

Esatto, la soluzione sta in quella bombola d’ossigeno.

È una nemesi: questa notte l’enorme sanguinario squalo bianco mi è apparso limpidamente come una pandemia di proporzioni bibliche pronta a attentare alla nostra funzionalità respiratoria. Metafora banale e scadente? Perfetto, la banalità è il mio nettare. Andiamo a incominciare, quindi. Buio in sala.

Sinossi

La placida vita di una comunità peninsulare, e poi di un intero pianeta, viene sconvolta dalla comparsa di una minaccia che non guarda in faccia a nessuno, che uccide celebri scrittori come vecchini analfabeti, porta al fallimento imponenti multinazionali quanto il negozietto storico sotto casa, fa saltare contemporaneamente Olimpiadi e partitelle di calcetto, costringe all’isolamento grandi e piccoli, belli e brutti, ricchi e poveri.

Andrà tutto bene?

Plot

Tutto inizia con una persona che va a lavorare all’estero e quando torna a casa si ritrova attaccata a un respiratore.

Sulle prime alcuni sindaci relativizzano, incoraggiandoci allo shopping e agli aperitivi. E quando il Sindaco del film chiede a un membro del suo staff di entrare in acqua per dimostrare che non c’è nulla da temere, mi sembra di vedere distintamente in sovrimpressione l’hashtag #amityislandnonsiferma.

Sì, perché si pensa sia solo un virus influenzale con manie di grandezza, le quali si manifestano con polmoniti-anche-gravi-consultare-il-foglio-illustrativo. Ma mancano novanta minuti alla fine del film, ricordate? E il Paziente Uno, come dimenticare, viene inizialmente trattato con blandi antibiotici.

Per non allarmare la popolazione, come non si effettuano autopsie sugli squali, così non si autorizzano tamponi di massa e neanche singoli sierologici.

Mentre il Biologo di celluloide dimostra che lo Squalo è ancora in circolazione e più assetato di sangue di prima (#iorestoaterra), i virologi in carne e ossa s’imbattono in una dolorosa colonna di carri mortuari e decretano che il titolo non può più essere “La tosse secca”, ma “La pandemia globale”.

Devo proprio andare avanti con le analogie? Il Cacciatore di squali è un mercenario: dal leader politico che cavalca un populismo da strapaese alla scaltra importatrice di mascherine non omologate, fino allo spregiudicato procacciatore di camici parentali, fate voi.

Adesso, sullo schermo, una mamma che ha perso il figlio sta schiaffeggiando pubblicamente lo Sceriffo, reo di non avere informato la popolazione che quelle acque avevano già mietuto altre vittime. E mi pare di averla vista mesi fa quella donna, su questa stessa tivù, in forma dell’inconsolabile nipote di un nonno defunto per Covid, in una puntata di “Report”.

E quando dal porto si vedono barchine e barchette di pescatori che salpano per andare a uccidere la bestia con tutti i mezzi, soprattutto i meno adeguati, il Biologo dice «sembra di stare alla festa del paese».

Esatto, è come essere su Facebook.

Come quelli che dichiarano che è tutta una montatura messa in piedi dalla lobby dei sostenitori dei pipistrelli cotti a discapito di quelli che li preferiscono crudi, o che la rete 5G ci farà vedere più velocemente le stories su Instagram, ma intubati in un letto d’ospedale.

O come quei tizi che, qualche giorno fa, si sono visti a Rimini per negare che tua nonna sia morta per davvero. O dimostrare che tua sorella infermiera, tra marzo e aprile, non era mai a casa solo perché un filino avida di straordinari, ma anche che 36mila italiani sono periti per una pagliacciata (si sente che sono indignato?). Bene, a questi tizi ricordo che anche It e Joker sono “pagliacci”.

E non che fuori dai social vada meglio. L’uomo più potente del mondo che dice «iniettatevi del disinfettante». Il premier di una grossa isola che sembra dire «questo virus lasciamolo lavorare finché non si stufa». L’assessore che sostiene che per infettare un assessore ci vogliono – minimo – due passanti contagiosi. Il cantante non vedente che espone un concetto tipo «se non avete mai conosciuto un cieco, i ciechi non esistono».

Serve una barca più grossa

Adesso Sceriffo, Cacciatore e Biologo stanno su una barchetta che sembra un guscio di noce, in balia del predatore assassino. “Lockdown”, potrebbe essere il nome di quella barchetta.

«Ci serve una barca più grossa» urla lo Sceriffo dopo essersi trovato solo, per la prima volta, al cospetto del terribile squalo bianco. La stessa battuta che, più o meno, verrà pronunciata 45 anni dopo in una conferenza stampa e porterà alla costruzione di un ospedale d’emergenza in tempi record: 220 posti letto in venti giorni (che, detto così, sembra il titolo di un film con Pozzetto).

La carabina è il vaccino; la bombola d’ossigeno, detesto essere così didascalico, è la vendetta dei respiratori, dei ventilatori meccanici, delle buffe maschere subacquee del Decathlon riadattate fino a dare loro la dignità di presidi medico-chirurgici.

Lo Sceriffo idrofobo siamo noi che, in preda al panico di fronte all’ignoto, combattiamo diligentemente lavandoci le mani, cantando dalle finestre socchiuse e uscendo di casa agghindati come chirurghi. Quasi tutti.

E viene un momento in cui il Biologo sbotta di fronte all’ottusità e all’opportunismo del Sindaco: «Noi qui abbiamo a che fare con una macchina perfetta. Una macchina divoratrice di uomini, un vero miracolo dell’evoluzione».

E il problema è proprio questo; che noi – al contrario – non siamo una macchina perfetta. Siamo una specie che, di fronte a una tragedia di dimensioni immani, a qualsiasi età, non riesce a reprimere il proprio senso del ritmo, a trattenersi dal fare un trenino alle prime note del “meu amigu Charlie”, a resistere al richiamo della vanità, alle sirene del sollazzo, allo sculettamento, al cazzeggio, alle lusinghe dei paparazzi.

Classifiche

“Lo Squalo” è stato inserito tra i cento migliori film americani di sempre. Così come l’Umanità tutta può inserire di diritto il Coronavirus tra le cento peggiori iatture della sua storia. Ne cito alcune in ordine casuale: la Grande Glaciazione, Hiroshima e Nagasaki, le Due Torri, il terremoto del 1908, quello in Umbria, l’Olocausto, la Strage di Bologna, Chernobyl, Fukushima, la diossina di Seveso, il G8 di Genova, prima e seconda guerra mondiale, la morte di mio padre.

Il film incassò bene, anzi benissimo. Così come il Covid-19, tra mascherine glamour, guanti di lanuggine, amuchina con bacche di ginepro, banchi scolastici a rotelle e dio abbia in gloria tutti coloro che si sono comprati auto e case più spaziose in virtù di un’epidemia epocale.

Le Sette Differenze

Ma, diciamolo, in questa puerile esegesi filmica non ci sono solo affinità, ci sono anche le Sette Differenze tipiche della “Settimana Enigmistica”. In mezzo alle quali si annida qualche speranza, prospettiva, auspicio, sogno.

1. Se quello di Wuhan è vero (secondo quasi tutti) , lo squalo di Hollywood è finto: è solo una gigantesca caramella gommosa animata con tiranti e leve. È uno squallido abnorme burattino. Mentre qui i burattini siamo noi.

2. Nell’arco di un anno abbiamo una possibilità su quasi 4 milioni di essere attaccati da uno squalo. Mentre scrivo abbiamo appena superato i 28 milioni di contagi.

3. Nel film di Spielberg tutti gridano «lo piglio io!», qui nessuno lo vorrebbe prendere mai.

4. A livello di incassi “Lo Squalo” ha battuto “Il Padrino”; il Coronavirus, forse, lo fortificherà. Se capite cosa intendo.

5. Un carcharodon carcharias (nome scientifico) può sgranocchiare surfisti anche per trent’anni, l’aspettativa di vita media per un pescecane. Noi possiamo quantomeno sperare che il SARS-CoV-2 (nome scientifico) non arrivi ad assaggiare neanche un’uvetta del panettone.

6. Non esiste un vaccino che possa prevenire che uno squalo ci sbocconcelli, non è ottenibile, neanche in Russia.

7. È bene ricordare che “Lo Squalo” ebbe dei sequel (2-3-4), ma non ebbero lo stesso successo.

Epilogo

Siamo al finale. Sceriffo e Biologo si dirigono verso la terraferma aggrappati al relitto della loro barchetta, tenuto a galla da due barili: «Ci sta portando la corrente!» dice lo Sceriffo, e il Presidente della Regione, e del Consiglio, e della Repubblica. «E tu continua a battere i piedi!» risponde il Virologo.

In Africa mi hanno insegnato (ma forse ero in Trentino, ho detto Africa per fare il figo) che bisogna battere i piedi per tenere lontani i serpenti.

Insomma, sia per allontanarsi da un pericolo che per allontanarlo, a quanto sembra, bisogna battere i piedi.

Per tornare a casa sani e salvi si devono battere i piedi.

Dunque continua a battere i piedi.

Batti i piedi perché alla fine della prossima estate la visione de “Lo Squalo” possa suggerirti ancora una volta qualcosa di diverso.

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