RIMINI. In margine all’eccezionale concerto di Beniamino Gigli, tenuto la vigilia di Ferragosto del 1930 nel piazzale del Parco (oggi piazzale Fellini) – si veda il precedente articolo di questa rubrica sul Corriere Romagna di martedì 11 agosto 2020 –, non possiamo fare a meno di evidenziare la solita folcloristica interruzione politico-patriottica di quegli anni. Quella sera, infatti, l’entrata nel parterre della manifestazione a spettacolo iniziato di Augusto Turati (1888 – 1955), segretario del partito nazionale fascista, fa scattare in piedi la maggior parte dei presenti che, secondo il rituale in voga, salutano il gerarca «fra lo scrosciare intenso e prolungato degli applausi e le note dell’inno Giovinezza». Lo sventurato artista, costretto a troncare di botto il proprio assolo canoro, è il riminese Igino Zangheri (1908 -1990), per la prima volta in assoluto su di un palcoscenico importante e per di più “amico”. Ripristinato il silenzio, dopo un quarto d’ora di putiferio, il cantante sollecitato da un incoraggiante battimani riprende la scena.
Della «giovane promessa della lirica italiana», così rozzamente offesa nel suo debutto davanti al pubblico di casa, Il Popolo di Romagna del 18 agosto 1930 scriverà parole garbate e molto lusinghiere: «Ha dimostrato ai suoi concittadini una seria preparazione, accoppiata ad un complesso vocale degno della migliore considerazione. Ciò gli è stato dimostrato con particolari applausi». Applausi autentici, non solo come espressione di sprone o di “riparazione” per lo “sgarbo” ricevuto, ma anche di stupore per la bella prova canora eseguita. Gigli stesso, colpito dall’interpretazione del riminese, appena ventiduenne, abbracciandolo nel camerino, gli dirà: «Quando vai a casa, dai un bacio a tua madre e ringraziala per la voce che ti ha donato».
La voce fresca di Zangheri
Baritono dalla voce fresca e poderosa, soprattutto negli accenti drammatici, Igino Zangheri è avviato al bel canto prima da Aldo Cima, poi da Aristide Anceschi, famoso talent scout della musica lirica italiana. Dopo il debutto riminese coronerà la sua attività artistica cantando al Verdi di Pisa e alla Fenice di Venezia (1933); al Carlo Felice di Genova (1936) e in moltissimi altri teatri italiani; farà anche tournée in Grecia e in America. I giornali parleranno di lui come di un cantante dal timbro vocale impetuoso e di un interprete disinvolto e dal repertorio vario. L’imprevisto, tuttavia, capitato nella «serata di Gigli», accompagnerà il percorso professionale di Igino come un’imbarazzante “macchia”; soprattutto i riminesi si ricorderanno di lui non per le sue indubbie doti canore o per i suoi successi, ma per essere stato “interrotto sfacciatamente dai fascisti”.
Le baraonde infernali dei fascisti
Già, i fascisti e il loro fragoroso e irritante cerimoniale. La maggior parte delle manifestazioni artistiche e mondane degli anni Trenta si tramutano, per eccesso di zelo delle camicie nere a contatto con il politico di turno, in baraonde infernali con saluti romani, canti, grida, battimani ed eja eja alalà. Una chiassosa “accoglienza” che andrà avanti per anni. Tanto per rendere l’idea, il 14 agosto del 1935, sempre nell’affascinante scenario del piazzale antistante il Kursaal – universalmente considerato «il più bel parco della riviera» –, il concerto di un altro “mostro sacro” della lirica nazionale, Toti Dal Monte (1893-1975), detta l’Usignolo d’Italia, è interrotto addirittura tre volte, sufficienti – a detta del Corriere Padano del 15 agosto 1935 – a spezzare l’incantesimo della serata musicale.
Un’accoglienza senza regole
Sul “rituale dell’accoglienza” non ci sono regole: ogni comunità lo esplica secondo il proprio modo di sentire o di interpretare la circostanza. Sempre a ruota libera e sempre in maniera esagerata. La prassi vuole che Giovinezza, inno ufficiale del regime fascista, venga eseguito all’inizio dello show e durante l’ingresso degli ospiti di riguardo; non spiega però come lo si deve cantare e ascoltare. Questa lacuna dà adito a varie interpretazioni: chi lo vocalizza a squarciagola e chi lo affronta in silenzio, impettito sull’attenti o impalato nel “saluto romano”. Una “libertà”, questa, che aumenta la confusione e che dà adito a lunghe e cavillose disquisizioni.

A mettere ordine al protocollo ci pensa, nell’estate del 1938, Achille Starace (1889-1945), segretario del P.N.F.. Questi, impegnato da tempo a modellare l’“italiano nuovo” pienamente integrato nel costume fascista, ordina «che quando sia suonato l’inno Giovinezza, anziché solo irrigiditi sull’attenti, tutti dovranno anche alzare il braccio nel saluto romano e così rimanere fino al termine dell’esecuzione». La severa “disposizione”, resa nota da Il Popolo di Romagna il 13 agosto, viene rettificata dopo appena 14 giorni. «S.E. il Segretario del Partito – riferisce il periodico il 18 agosto – ha stabilito che l’inno Giovinezza deve essere ascoltato nella posizione di attenti. Solo alle prime battute si saluta romanamente». C’è chi sostiene che il “cambio” del cerimoniale, che alleggerisce un pochino la procedura dell’“accoglienza”, sia avvenuto per espressa volontà di Mussolini; ma c’è anche chi avvalla il sospetto che la prolungata e forzata rigidità del rito avesse provocato tra i “fedelissimi” non pochi “coccoloni”. E con questo chiarimento, ogni dubbio sull’etichetta del regime è sciolto.
A chiusura del noioso pistolotto, va detto, che anche con quest’ultima “prescrizione”, l’esibizione del riminese sarebbe stata ugualmente interrotta e rovinata. Igino Zangheri canterà altre volte nella sua città – «poche e malvolentieri», ricordano gli amici – portandosi dietro, come un fastidioso fardello, la serata d’agosto del 1930.

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