Il Collettivo Baladam a Poggio Torriana per “Mentre vivevo”

«È un happening, non è teatro di prosa, né di narrazione, non è una conferenza, è un metodo di stare in scena per far arrivare allo spettatore più informazioni possibili, col quale noi dal palco ci relazioniamo in un confronto simpatico se non rassicurante».

È lo spettacolo Surrealismo capitalista, del Collettivo Baladam B-side, in scena domenica 27, ore 17.30, a Poggio Berni, sala teatro, nell’ambito della rassegna Mentre vivevo curata da Quotidianacom. È tra i due lavori che hanno ottenuto la segnalazione speciale al Premio Scenario 2021 con una motivazione che tra l’altro lo menziona come un «vademecum offerto in modo apparentemente scanzonato a chi potrebbe soffrire di capitalismo senza esserne consapevole (…), un disegno drammaturgico che usa l’arma dell’umorismo per depotenziare la pervasività dei modelli socio economici capaci di condizionare le nostre vite». Motivazioni che bene spiegano il tema trattato e di cui ci parla l’autore e regista emiliano Tony Baladam (Pierre Campagnoli all’anagrafe) presente anche in scena accanto a Nina Lanzi e Giacomo Tamburini, due attori «formati», come li definisce lui, che invece è un linguista.

Campagnoli, da cosa nasce questo lavoro e perché parla di surrealismo, quando nulla è più reale del capitalismo?

«Il titolo fa riferimento al saggio pubblicato nel 2008 da Mark Fisher “Realismo capitalista” sulla crisi economica in Inghilterra che ha influenzato non solo l’economia ma la società e gli individui. Lui sosteneva che per mettere in discussione il sistema bisognava farne notare la superficialità e l’inconsistenza, da qui il nostro parlare di surrealtà perché il capitalismo mangia la profondità umana. Inoltre noi facciamo riferimento all’avanguardia storica del surrealismo che si basa sulla decostruzione».

Questo significa che in scena ci siete soltanto voi tre?

«Sì, la scena è svuotata, non c’è buio ma non c’è neppure nessun cambio luce, non c’è scenografia, noi non vestiamo costumi di scena e non c’è musica. E noi non vestiamo i panni di personaggi, né siamo autobiografici. Andiamo oltre la rappresentazione, cerchiamo una presenza basata sull’essere. Non c’è altro che la parola sul palco che va interpretata».

In qualche modo mettete in evidenza ciò che si fa in nome del dio capitale nel sociale?

«Cavalchiamo situazioni a volte parodiche a volte descrittive sul capitalismo. In mezzo a ciò che il linguaggio fatto di parola e di ritmo evidenzia, c’è il modello socioeconomico. Un modello che ci prende da sempre ed è ovunque anche nella comunicazione pubblica, dai quiz in tv e via dicendo, anche in ambiti inaspettati come la cultura, la sanità, il welfare. Può sembrare complesso, in realtà invece la fruibilità del lavoro è totale».

Quindi c’è dell’umorismo?

«Parlerei di comicità. Ridere e usare l’ironia per decostruire, per raggiungere l’antitragico, per ribaltare l’ordine delle cose».

Info: 327 1192652

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