Il Cesena, Shpendi e un’antica storia di meritocrazia

Il tripudio di falli tattici di Siena-Cesena ha ricordato le gesta di un antico mediano da battaglia come Fabio Favi, che qui si vide a metà anni 90. Era un ragazzo super nello spogliatoio e un decespugliatore umano di caviglie, tanto che la sua biografia potrebbe serenamente intitolarsi “Quella volta che presi anche la palla”.
Il Cesena che ha vinto 0-0 a Siena ora sa fare battaglia nel lungo periodo: la condizione fisica cresce, ma mancano i gol che sembravano sicuri. In attacco, molto dipende da Stiven Shpendi e questa è una frase che detta due mesi fa avrebbe invocato l’iscrizione agli alcolisti anonimi. Eppure la realtà è questa: con il gioco dei 5 cambi, mettere Corazza e Ferrante all’ultima mezzora doveva dare tanto e invece ha dato quasi zero e l’addetto al gol era quasi sempre Stiven, l’attaccante più cattivo visto nei due lati del campo.

Schierare Shpendi dall’inizio insieme a Udoh è stata la mossa migliore di un Toscano che sta entrando in forma, un bel segnale di meritocrazia sulla scia dei bei tempi andati che ci ricorda un episodio abbastanza curioso. Siamo all’inizio degli anni 90 e il Cesena ha un settore giovanile che va come un treno. C’è una selezione naturale diversa rispetto al resto della Romagna, con una regola banale nella sua semplicità. Ovvero: il Cesena ti sceglie, tu giocatore non paghi la quota e sei in mano a tecnici e dirigenti liberi di decidere se vali o meno. Il panorama circostante dei vivai dell’epoca regala oggettivamente di meno, anche perché i mezzi economici sono quelli che sono e allora va a finire che nei Giovanissimi un po’ più a nord il mediano sia il figlio dello sponsor, negli Allievi un po’ più a sud il terzino sia il nipote del dirigente e così via.
Come difendeva il Cesena la qualità del suo vivaio? Con due ingredienti: allenatori bravi, dirigenti competenti. Fine. Lasciali lavorare e il risultato alla distanza arriva. E qui arriva il terzo ingrediente: il capo che sa stare al suo posto.
Eccoci quindi all’anno di grazia 1992: Edmeo Lugaresi è curioso di vedere se suo nipote 16enne è portato per il calcio e lo affida a Davide Ballardini, allenatore degli Allievi Nazionali. Lugaresi accompagna il nipote al campo e lo presenta a Ballardini, che manda il ragazzo a cambiarsi.
«Mister, dia un’occhiata a mio nipote, poi mi saprà dire».
«Va bene presidente, le farò sapere».
Passano tre allenamenti. Il nipote è un ragazzo a posto, ma tecnicamente non regge il passo di un gruppo di grande qualità (Ambrosini, Comandini e così via). Il campo dice sempre la verità e i ragazzi sono i primi a capirlo, il problema in molti casi sono gli adulti che negano l’evidenza. Il problema di Ballardini invece è trovare il modo più elegante per dire al presidente come stanno le cose. Il giorno del giudizio arriva presto, con Lugaresi che si presenta al campo. Ballardini nel frattempo ha scelto la tattica: traccheggiare a metà campo e fare venire fuori la verità per gradi.
Lugaresi: «Allora mister, cosa mi dice di mio nipote?»
Ballardini: «Mah, presidente, guardi… lo sa che per essere solo al terzo allenamento… ecco, devo dire….».
Mano di Lugaresi che si alza in stile capo indiano e lo interrompe: «A posto mister, ho capito, u n’é bon. Il calcio non fa per lui, ve lo porto via. Ci vediamo e buon lavoro».

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