Il Cesena, quelli che il fango e quelli che fan gol

“Ci pensi che Racalbuto ha dato solo un minuto di recupero?”. Vogliamo parlare di nuovo di Cesena-Cosenza 3-3? Allora iniziamo dal povero Walter Nicoletti e dalla frase che ha ripetuto per anni agli amici più cari, prima di lasciarci col ricordo di una brava persona che allenando a Cesena aveva realizzato il suo sogno e quando uno esaudisce i suoi sogni si intenerisce. Il problema è che quando una brava persona diventa debole, è l’inizio della fine. Lo ricordò anche Pierluigi Cera, che lasciò in quella terribile estate del 2000, dopo la retrocessione in C1: “Me ne vado perché il calcio è spietato e noi siamo troppo buoni”.

Cesena-Cosenza 3-3 quindi. Rivangare questa partita per l’inopportuno e divisivo ritorno di Cristiano Scalabrelli, dimostra essenzialmente una cosa. La nuova proprietà ha un sacco di idee intriganti per il futuro, a partire dai progetti sulle strutture, però non conosce il campo di gioco dove è atterrata e si è creata dal nulla un problema da sola.

Cesena-Cosenza 3-3, 4 giugno 2000: la partita peggiore del campionato peggiore della storia del Cesena. La giustizia sportiva non ha mai indagato e della giustizia bisogna fidarsi, altrimenti non se ne esce più. Però chiunque sia stato quel giorno allo stadio ricorda il clima surreale, un tipo di Cesena che non sapeva più vincere da solo e si mise a fare mille calcoli, guidato da procuratori che facevano i dirigenti e che si credevano più furbi degli altri. Era la penultima giornata di campionato: il Cesena per salvarsi deve vincere a tutti i costi e per tutta la partita chiede al Cosenza di farlo passare, ma il Cosenza non è del tutto al sicuro, perché in simultanea si gioca Pistoiese-Napoli e se la Pistoiese vince mette nei guai lo stesso Cosenza.

“La Pistoiese perde, la Pistoiese perde”.

A un certo punto in campo lo urlano un po’ tutti, ma il Cosenza non si fida, perché il Napoli vince solo 1-0 e il risultato resta in bilico. Quindi va in scena la vergogna: si aprono i cancelli di un Manuzzi all’epoca con barriere, tifosi in campo, un fumogeno che colpisce l’ispettore di polizia Ugo Vandelli, gioco fermo per 15 minuti. Fossimo stati ai Mondiali in Qatar, ci sarebbe stato un recupero talmente lungo che sarebbe finito a brioches e cappuccini del mattino. Invece l’arbitro Racalbuto al 90’ non alza il braccio per indicare al pubblico i minuti di recupero, come si faceva all’epoca. No, il braccio lo tiene lungo e disteso sopra la coscia destra e allunga solo l’indice della mano verso l’assistente sotto la tribuna: un minuto, poi basta che mi sono stufato di quello che ho visto.

Non era il solo: tutti a Cesena si stufarono di quello che si vide quel giorno, lo sfregio a una terra dove il calcio resta qualcosa di importante. Non c’era nessun bisogno di rivangare certi ricordi, anche perché ci sarebbe un futuro che intriga, c’è un campionato da vincere, un centro sportivo da ampliare, uno stadio da rendere ancora più bello. Invece niente, una retromarcia di 20 anni per complicarsi la vita, una mossa divisiva per un mondo che non aveva nessuna voglia di guardare indietro.

Consola la reazione gagliarda della squadra, con Corazza e Stiven Shpendi a scrivere il solco della differenza tra quelli che il fango e quelli che fan gol. C’è una squadra con un’anima e che sa vincere anche giocando a sport diversi dal calcio come quello di Pesaro, guidata da una società ricca di idee e di mezzi, ma che a livello sportivo deve ancora capire cosa fare da grande e che in tema di portieri ne combina una ogni due mesi. In questo modo, arrivare primi non diventa solo difficile, ma richiede un capolavoro storico. Il Cesena che vince un campionato senza la totale simbiosi con la sua gente: sembra l’inizio di una barzelletta triste, quasi come Cesena-Cosenza 3-3.

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